LA GUARDIA E IL LADRO
- Io voglio fare la guardia, come mio padre,
disse Antonino, sparando con indice e medio sovrapposti e abbassando il pollice
a simulare il cane della pistola.
- Io il ladro. Così devi corrermi dietro e dimagrisci
pure un po’, fece Paolo.
- Ti acchiappo lo stesso. Stai attento quando diventi
grande. Sempre che ci diventi…, replicò perfidamente Antonino.
Paolo, strizzandosi le parti intime, rispose vaffanculo, aggiungendo un a domani.
Attese che fosse entrato nel portone e dette un calcio
all’aria, immaginando fosse il suo sedere, poi si avviò verso la piazzetta
cantando a squarciagola.
- Sì, questa è la mia sera, lo sento. Così i miei
compagni la smettono di prendermi in giro.
Iniziò a camminare con fare accorto, come se ogni motorino potesse essere una preda. Non ne vide che qualcuno di passaggio e con sopra il legittimo proprietario.
Iniziò a camminare con fare accorto, come se ogni motorino potesse essere una preda. Non ne vide che qualcuno di passaggio e con sopra il legittimo proprietario.
Non ce n’erano neanche parcheggiati, anche se sarebbe
stato troppo rischioso. Intorno c’erano troppi bambini che giocavano e vecchi
che parlavano seduti su panchine sgangherate.
Arrivò in piazzetta. I ragazzi grandi affollavano il
bar. Chi giocava a flipper, chi a biliardo, chi beveva l’aperitivo, mangiando
noccioline dalle ciotole poggiate sul bancone.
Di motorini fuori ce n’erano parecchi, tutti troppo
pericolosi anche solo da guardare, pericolosi per via dei loro proprietari.
L’unico alla sua portata, un po’ defilato, era quello di Filippone, un
ragazzone di diciannove anni un poco ritardato, grande come una montagna e
anche parecchio stronzo. Lo aveva lasciato acceso, quasi a sfidarlo.
- Be’, rubarlo proprio no, posso provare una fuga, si disse
Paolo.
Si tirò sulla testa il cappuccio della felpa. Si
avvicinò, era un motorino di almeno dieci anni. Dal bar nessuno guardava fuori,
alzò gli occhi verso i palazzi circostanti, sembrava tutti si facessero gli
affari loro.
Fece scendere il motorino dal cavalletto, un’ultima
occhiata in giro e con un’accelerata da spezzare il polso partì, imboccando la
viuzza che portava verso la marana.
- E vaiii. L’ho fatto davvero. Sono proprio fico, urlò
in piedi sui pedali.
Aveva percorso solo poche decine di metri quando sentì
gridare alle sue spalle.
- Ladro. Ladro. Mi hanno fregato il motorino.
Si voltò e vide Filippone che lo rincorreva, con
quella sua andatura da pinguino, seguito a una certa distanza da altre persone
divertite.
Continuò veloce, schivando una vecchia che
attraversava con un sacchetto della spazzatura in una mano. Giunto al termine
della strada girò a sinistra, sbandando un po’, riuscì a non cadere.
Proseguì costeggiando la fogna a cielo aperto. Arrivò
all’incrocio con la strada principale della borgata e capì che gli inseguitori
si erano divisi. Una parte gli era venuta dietro. L’altra, avendo intuito il
percorso cercava di tagliarli la strada. Ma lui era stato rapido e aveva un
buon vantaggio. L’unica speranza per seminarli definitivamente era dirigersi verso
il Raccordo Anulare e abbandonare il motorino sotto i piloni, per poi rientrare
alle spalle degli inseguitori e, girando la felpa doubleface, mischiarsi a
loro.
Dal gruppo proveniente dal bar sentì provenire un coro
di eccolo, ladro, fermatelo.
Diede un colpo di gas potente e ripartì, ma riuscì a
percorrere solo pochi metri. Tossendo, il motorino si spense.
Gli inseguitori si stavano avvicinando, Paolo iniziò a
spingere, salendo di colpo sul sellino e tirando la leva di accensione. Alle
voci del gruppo si erano unite quelle dei passanti e di qualche curioso
affacciato alle finestra.
Antonino, nonostante la sua fosse chiusa, sentì dei rumori
insoliti provenire dalla strada. Lasciò a malincuore un vecchio poliziesco
americano in bianco e nero, si alzò dal divano e si affacciò. Gli bastò
pochissimo per comprendere la situazione. Ancora meno per prendere dal cassetto
sotto il televisore la pistola del padre.
Paolo era riuscito a riaccendere il motorino e a
ripartire, ondeggiando pericolosamente.
In quel momento Antonino spalancò la finestra
impugnando l’arma con le braccia tese. Fece boom e soffiò sulla bocca della
canna. Ritirò le braccia, tolse la sicura, scarrellò e armò il cane. Puntò la
pistola dalla parte opposta dalla quale proveniva il ladro. Avrebbe avuto più
tempo per mirare, dopo che fosse passato sotto la sua finestra.
Paolo si guardò dietro, la folla era abbastanza
distante e la salvezza sembrava vicina.
Il rumore secco dello sparo fu coperto da quello del
motore scoppiettante. Lo stridio del motorino che grattava l’asfalto, invece,
si sentì fino all’ultima casa del viale.
Poi più nulla. Fino a che le grida ricominciarono. È caduto, e dove vai adesso, prendetelo
prima che si rialzi.
Dalla canna della pistola usciva un odore irritante.
Antonino poggiò l’arma sul tavolo del salotto. Iniziò a tremare. Il suo primo
colpo di pistola.
Eccitatissimo scese le scale a rotta di collo,
lasciando il portoncino di casa semiaperto. Arrivò in strada e corse verso il
gruppo che circondava il ladro in terra. Il motorino era più avanti. La ruota
posteriore stava ancora girando. C’era così tanta gente che non riuscì a farsi
largo. Rimase nelle retrovie ad ascoltare i commenti di seconda mano di quelli
che come lui non erano riusciti ad arrivare in prima fila.
Un vociare di chiamate
l’ambulanza, il dottore e portatelo all’ospedale.
Un tizio, stanco dello spettacolo, allontanandosi
commentò se l’è cercata.
- E sì, se l’è proprio cercata, fu il commento di
Antonino.
I soliti sapienti. Ma
che ha sbattuto la testa? Guarda quanto sangue sulla maglietta! Gli ci sta
bene, così s’impara a rubare!
In mezzo a tutte quelle voci si sentivano forti le
grida di Filippone chino sul motorino. Anche se non si capiva cosa stesse
dicendo, probabilmente imprecava per i danni.
- La pistola, porca troia, esclamò infilando di corsa
il portone.
Salì le scale due gradini alla volta, richiuse la
porta sbattendola alle sue spalle.
Arrivò in salotto con il fiatone, aprì il cassetto e
prese la pezzuola con la quale il padre lucidava la pistola.
Cercò di togliere le impronte e di pulirla, anche
alitandoci sopra. L’odore però restò.
Si affacciò alla finestra e vide la madre di Paolo correre verso il gruppo, agitando le braccia e facendosi largo a fatica tra la folla.
Si affacciò alla finestra e vide la madre di Paolo correre verso il gruppo, agitando le braccia e facendosi largo a fatica tra la folla.
Riprese a strofinare freneticamente la pistola.
- Ho fatto il mio dovere, solo il mio dovere.
Chiuse la finestra, restando con la mano attaccato
alla maniglia, mentre con l’altra ancora armata si asciugava gli occhi.
Vide il gruppo allargarsi e la donna cadere in
ginocchio.
Le lacrime gli rigavano le guance e cadevano
sull’arma, lasciando un leggero alone.
Vide la donna alzare le mani al cielo e gridare.
- Gliel’avevo detto di stare attento, singhiozzò
Antonino.
Vide la donna disperarsi, battere i pugni
sull’asfalto.
Guardò la pistola, poi il cassetto rimasto aperto. Poi
ancora la pistola.
Vide la donna accarezzare il volto del figlio.
Guardò di nuovo la pistola, notando per la prima volta
che la canna aveva un colore cangiante.
Vide le gambe di Paolo muoversi, ma forse solo per seguire il busto, stretto a quello della madre.
Vide le gambe di Paolo muoversi, ma forse solo per seguire il busto, stretto a quello della madre.
Antonino, trovò il composto ignoto che si era depositato sulla canna terribilmente amaro al contatto con le labbra.
Per un attimo, il tempo breve prima di trasformarsi in un sapore dolciastro.
STHEPEZZ
[Foto da Ladri di biciclette di Vittorio De Sica]

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