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PRENDERE BABBO NATALE



PRENDERE BABBO NATALE



Eravamo così poveri che quel Natale i miei genitori non avevano neanche i soldi per fare i regali a noi bambini. 

Al termine dell’ennesima discussione con mia madre, mio padre s’infilò il cappotto e annunciò, mentre chiudeva la porta alle sue spalle: “Lo vado a prendere di persona quel Babbo Natale. E vi farò vedere che anche quest’anno qualcosa ci sarà!”.

Mia madre sembrò più agitata per quelle parole che del contrasto avuto poco prima con mio padre. I miei fratelli non notarono il rapido gesto con cui lei si asciugò le lacrime con il dorso della mano, uscendo dalla cucina. Poi con un sorriso forzato ci chiese di darle una mano a preparare la cena. Il resto del pomeriggio trascorse tranquillo, ognuno occupato nelle sue faccende. Mio padre non tornò all’ora in cui a casa nostra solitamente si cenava. Ma sembrava che a nessuno di noi importasse molto, nonostante fosse la notte di Natale.

Quando rientrò, la cena era fredda. Aprì la porta di casa spingendola con i piedi. Nelle mani teneva una grande scatola che valutai però abbastanza leggera. La posò vicino all’albero di Natale e iniziammo a cenare. Lui e mia madre non dissero una parola durante tutta la serata. Notai che non si guardarono neanche una volta negli occhi. Si passavano le pietanze come a memoria. 

Noi bambini, in principio muti, dopo un po’ assumemmo il comando e iniziammo a scherzare, a tirarci le molliche di pane e a cercare di indovinare cosa contenesse quella scatola. Finita la cena aiutammo mia madre a sparecchiare. Mio padre, nel frattempo, si era sistemato sulla sua poltrona e dopo aver acceso una sigaretta iniziò a sfogliare il giornale.

A mezzanotte, mia madre, con un gesto della testa, ci autorizzò ad aprire la scatola. 

La prima a raggiungerla fu mia sorella che giocava vicino all’albero, poi arrivò mio fratello che fu il più lesto a scattare ma era dall’altra parte del salone; entrambi però si fermarono a ridosso della scatola. Bastò una mia alzata di sopracciglio per ricordare loro che ero il fratello maggiore. Estrassi tre cassette. Tutte uguali, di metallo, senza carta intorno né nastri.

La prima conteneva la mano destra, la seconda la sinistra e nell’ultima trovai la testa, con ancora calzato quel ridicolo berretto rosso.

Sthepezz

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