ATTENTO A COSA LEGGI, A COSA CAPISCI
Non
aveva il coraggio di aprirlo, nonostante l’avesse inseguito per anni.
Antiquari,
internet, passaparola; aveva speso cifre ragguardevoli per frequenti viaggi
all’estero, blitz in aste o mercatini, dato fondo ai risparmi. Era stato
licenziato per scarso rendimento ed era anche sotto sfratto.
Era
lì, sulla scrivania, da giorni: lo guardava e lo temeva, lo toccava ma non
l’apriva.
Quella
prima edizione de “Des étoiles et de l'homme” doveva essere sua! Delle cento copie
stampate se ne erano salvate due, le altre erano state mandate al rogo durante
la Rivoluzione Francese perché si pensava fosse poco razionale riflettere sul
destino in termini di stelle e perché, comunque, si riteneva portasse sfortuna.
Il Re di Francia vi aveva letto la sua infausta sorte, in quel libro che
permetteva di personalizzare il proprio futuro sulla base di percorsi guidati;
quel “perderai la testa per una donna”, la ghigliottina, risultava indigesto
anche agli illuminati regicidi.
Afferrò
il libro dopo aver infilato i guanti bianchi di cotone, lo guardò,
rigirandoselo tra le mani, sentì un leggero odore di muffa, la carta sui bordi
era diventata marrone. Era il momento di scoprire il segreto, o semplicemente
il meccanismo, di quel libro che aveva affascinato decine di appassionati nei
secoli.
Il
volume, quasi avesse una vita propria, in un singulto di orgoglio per il troppo
tempo lasciato solo, gli sfuggì di mano. Un atto di ribellione. Cadde in terra,
a faccia in giù, non ebbe il coraggio di recuperarlo immediatamente, valutò a
distanza eventuali danni alla costa, l’unghia anteriore sembrava leggermente
ammaccata. Lo sollevò con delicatezza, lo poggiò sulle gambe unite.
Era
aperto al 15 settembre, la sua data di nascita. Non gli sembrò un caso, era un
segnale, un segno. No, pensò, non poteva esserlo, ma era preoccupato.
Non
aveva voglia di leggerlo dalla prima pagina per capirne il funzionamento, non
aveva pazienza, era solo incuriosito. Scorse velocemente le caratteristiche
generali del suo segno; ci si ritrovava completamente, ma fin lì niente di
speciale. Chi non era preciso e puntiglioso, testardo e fiero, dolce o
sentimentale?
Si
ritrovò anche nelle peculiarità dell’ora e dei minuti in cui era nato, o forse
solo si convinse che i nati alle 11:17 fossero brillanti, poetici,
intellettuali e un poco matti. "Diventerete personaggi importanti, per il
vostro Paese, per la vostra famiglia, per chi frequentate."
Questo
sarebbe l’oroscopo tanto temuto? Fin qui erano capaci tutti a mettere insieme un
po’ di sostantivi, pronomi e aggettivi a caso. C’era un’ultima riga, però, che
forse spiegava tutto. Una semplice domanda: "Ti accontenti di quel che ti
ho detto finora o vuoi proseguire?"
Un
quesito dirimente.
Alla
fine fu costretto a leggere le istruzioni per continuare, una serie di calcoli
astrusi, data di nascita per ora, diviso per il numero di giorni dal primo
plenilunio dell’anno meno i giorni mancanti alla fine del decennio, ecc. ecc.,
tutte stronzate, pensò, solo per fare un po’ scena.
Il
procedimento lo portò a pagina 177, nel pieno di pagine zeppe di parole messe a
caso, un dizionario impazzito, dove i lemmi erano l’uno accanto all’altro senza
un apparente criterio, anche se lui era sempre stato convinto che in ogni
azione, luogo o situazione ci dovesse essere una regola sottostante, sebbene
non di immediata comprensione.
Però
questa volta gli sfuggiva. Che ragione c’era di mettere quelle parole così in
disordine, un glossario strambo, senza che se ne potesse cogliere l’utilità?
Fu
allora che notò qualcosa di bizzarro. In un primo momento si stropicciò gli
occhi, pensando di averli tenuti troppo fissi sullo scritto, poi si rese conto
che, invece, era vero che le parole lo stavano chiamando. Come fossero vive,
pulsanti, le vedeva farsi più grandi, alcune in grassetto, altre venir sottolineate
per un attimo, in un balletto continuo, una dietro l’altra.
Non
comprendeva cosa stesse succedendo, ma ne era affascinato.
Chiuse
il libro e gli occhi, alzando il viso al soffitto. Respirò profondamente per
alcuni secondi, poi riaprì il volume alla pagina che il destino aveva riservato
per lui, rise di questo pensiero, non era certo che potesse farsi beffe del
fato.
Prestando
maggiore attenzione si accorse di poter seguire le parole, di farne una
sequenza, anche se era ancora tutto troppo veloce. Dopo una breve pausa
ricominciavano, cercò di memorizzarle mentre le traduceva mentalmente da quel
francese arcaico.
TE
FINE LA QUANDO TUA APRIRE PER ESSERE PORTA LA
Cavolo,
cosa voleva dire?, si chiese. Impiegò diversi minuti, in fondo non era neanche
così difficile, sembrava uno di quei giochini delle riviste di enigmistica.
QUANDO
APRIRE LA TUA PORTA ESSERE PER TE LA FINE
Nonostante
avesse messo ordine non coglieva l’indicazione. A cosa si riferiva? L’aura che
circondava il libro lo spingeva a trovare una soluzione, necessariamente, non
fosse altro che per mera curiosità.
Il
destino gli venne incontro, pensò, appena sentì suonare.
Si
alzò cercando di non far rumore, si affacciò alla finestra, vide un’autopattuglia
della polizia. Non era certo che fosse lì per lui, in fondo non aveva fatto
nulla di male.
Fece
finta di nulla, si trattenne addirittura dal respirare.
Dopo
una seconda scampanellata, più decisa della prima, e dopo aver sentito
confabulare, sentì scendere le scale. Vide due poliziotti salire in auto,
quello alla guida prima di partire dette un’occhiata verso le sue finestre.
Si
risedette guardando la frase che aveva riportato in un taccuino.
A
meno che…, sì, che stupido, si disse, la porta, non devo aprirla, la visita di
poc’anzi, era chiaro, la porta sarebbe stata la sua fine.
Non
terminò di pensarlo che suonarono di nuovo. Sentì la voce della portinaia che
lo chiamava, chiedeva se fosse in casa, aveva preso una raccomandata per lui,
era dell’Ufficio delle Imposte, ci mancava solo questa, ma se non era in casa
l’avrebbe infilata sotto la porta. Mai che si faccia gli affari suoi quell’impicciona…
Appena
fu tra i suoi piedi la raccolse, la strappò in mille pezzi, per non avere la
tentazione di ricomporla successivamente.
E
quindi erano due i pericoli scampati; il destino si poteva battere.
Era
sicuramente qualcosa legato ai soldi, ormai quello era diventato il suo
cruccio, disponeva di poche banconote, sufficienti solo per comprare qualcosa
di decente da mettere sotto i denti. No, l’elemosina no, non sarebbe giunto a
tanto, piuttosto avrebbe accettato il posto da inserviente nel negozio di
ferramenta. Il proprietario, un suo vecchio amico, insisteva.
La
porta sembrò quasi cedere, qualcuno la stava colpendo ripetutamente. Ebbe
paura. Si avvicinò silenziosamente, accese la telecamera che controllava il
pianerottolo, non pensando che la luce avrebbe rivelato la sua presenza.
Vide
un energumeno che teneva per un braccio la portinaia, con l’altra mano le
chiudeva la bocca, lo sguardo della donna era terrorizzato, in pratica come il
suo. Un altro picchiava il pugno contro la porta blindata guardando verso la
telecamera e facendo dei salti non sufficienti a prenderla a schiaffi.
“Apri,
bastardo, apri”, ripeteva in continuazione una voce profonda ma non troppo
alta, per non farsi udire dagli altri inquilini. Si ritrasse.
Ecco,
questo era il suo destino, pensò: finire i suoi giorni per mano dei riscossori
dell’usuraio dal quale aveva preso un prestito minimo rivelatosi poi
esosissimo.
I
colpi si fecero più forti, la richiesta di aprire più pressante, erano lì per
le rate arretrate, non volevano fagli male, ma visto che non apriva lo
avrebbero atteso fuori, e allora non si sarebbero limitati a spaccargli solo
qualche osso.
Se
ne andarono, trascinandosi dietro la portinaia recalcitrante.
E
tre, si disse, tra il preoccupato e il divertito, il destino si può cambiare.
Era uscito indenne da quelle rogne, per ora.
Aveva
bisogno di una camomilla, ne aveva proprio bisogno.
Andò
in cucina, aprì lo sportello, gli occhi gli fecero uno strano scherzo, come se
il pensile si muovesse, come se si avvicinasse, come se gli stesse crollando
addosso.
Lo
vide accostarsi a sé, allora mise le braccia sotto, in un gesto istintivo
quanto inutile, come a sorreggerlo, ma ormai si era staccato dal muro; riuscì
per un attimo a tenerlo in equilibrio, ma la sorpresa lo aveva fatto spostare
indietro. Si sbilanciò e le due pile di piatti riposti all’interno iniziarono a
scivolare.
Fu
colpito a ripetizione sul viso, sul ghigno che aveva assunto involontariamente
per lo sforzo; i piatti, a uno a uno, come fossero piattelli sparati da una
macchina impazzita, gli stavano rompendo i denti.
Fino
a che non riuscì più a tenere il peso, forse non volle, e cadde riverso sul
pavimento, sopra i cocci, schiacciato dal pensile traditore.
Non
riusciva a muoversi, i piatti rotti erano un materasso scomodo, sentiva colare
il sangue sulle guance e sul mento, le braccia erano disposte a croce. La cosa
che in quel momento desiderava più di qualsiasi altra era un dizionario di
francese: gli era venuto il dubbio che la parola 'porte' potesse anche
significare sportello.
STHEPEZZ

Commenti
Posta un commento