GUARDAVA IL MARE
Il mare / è / solo / un'acqua / molto / grande.
Il pranzo
era terminato, e tra risa, scherzi e battute, il tempo era volato via, in
quella giornata festiva di primavera nella quale il cielo aveva il colore
dell’umore di Paola.
Le onde si
rifrangevano sugli scogli e gli spruzzi giungevano ai commensali da quella
creata meraviglia grigia, misteriosa e temuta che è il mare. I suoi amici
continuavano a ridere e scherzare ma il mare no, lui non scherzava, era
arrabbiato.
Nelle
bottiglie l’alcol andava sparendo, trasformandosi in allegria contagiosa o
sonnolenza molesta.
Lei
sembrava Non accorgersene. Era in piedi, poggiava la schiena a una cabina,
guardava il mare, lo temeva, lo sfidava. Ne era impaurita ma sapeva che poteva
essere più forte di lui.
Lui che non
era venuto, avevano organizzato il pranzo dopo molti anni dall'ultima volta, la
comitiva perdeva pezzi; erano finiti i tempi in cui riuscivano a vedersi tutti
per fare qualche zingarata. Chi si era trasferito per lavoro, chi sposato con
persone estranee alla comitiva, chi semplicemente non aveva voglia di rivelare
pubblicamente i propri fallimenti.
Marco era
stato bravo, aveva chiamato a raccolta i superstiti, con simpatia, blandizie e
minacce (sempre scherzose).
E dire che
Paola non voleva andare. Dopo tre anni fatti di rimpianti di lui, di sofferenza
silenziosa di lei, di insistenze di lui, di perdono di lei, di promesse di lui,
di vuoti di lei. Alla fine aveva ceduto, aveva prevalso la voglia di
rincontrarlo nonostante il male che le aveva fatto. Lo aveva gettato alle
spalle, ora era una donna forte, più forte.
Si era
tagliata i capelli corti, lei bionda lo era di suo, aveva messo un vestito
nuovo, arancione, simbolo dell’armonia interiore, cercata, voluta, forse
raggiunta. E i grandi cerchi d’oro che lui le aveva regalato, un gesto da
interpretare come offerta di pace.
E lui non
era venuto.
Subito
provò sollievo. Le bruciava dentro che la sua umiliazione fosse nota agli altri
commensali; aveva immaginato i commenti dei maschi, i loro falsi compatimenti,
le chiacchiere circa la veemenza sessuale di lui mentre lei lo credeva in
palestra o in viaggio di lavoro. Le donne avevano mostrato solidarietà, ma
sembrava di facciata, specialmente quelle due o tre stronze che gli avevano
sempre tenuti gli occhi addosso a lui.
Subentrò la
rabbia, le aveva fatto una corte asfissiante per mesi e poi, quando avevano la
possibilità di rivedersi, non c'era.
Rabbia
trasformatasi in furore quando malaccortamente qualcuno aveva detto, pensando
lei non potesse sentire, che si era rimesso da poco con colei che aveva fatto
crollare il suo mondo.
Guardava il
mare, e non sentiva le risate e i richiami degli altri. Lo guardava fisso,
quasi a volerlo ipnotizzare; l’effetto fu contrario, il mare la chiamò. Scese
gli scalini, si tolse le alte scarpe e le lasciò sull'ultimo gradino. La sabbia
era fredda, una sensazione piacevole, un brivido, sì, sembrò quasi un tentativo
di rianimazione, nella sua testa giravano mille pensieri e il corpo si era
intorpidito per non sprecare energie inutili.
L’acqua era
fredda ma non arretrò, si lasciò ghiacciare le estremità, si piegò a
raccogliere una conchiglia, era particolarmente bella con quel colore
rugginoso, stava bene con il vestito. Si accucciò, l’acqua non sembrò ignorare
che una Venere era in attesa di rinascere, allora la circondò di spuma.
Alzò lo
sguardo, notò la forza con la quale il mare schiaffeggiava le rocce,
s’arricciava in onde più potenti che si placavano una volta giunte ai suoi
piedi, non prima di aver ruggito la rabbia accumulata durante il tragitto.
Le nubi si
specchiavano sulla superficie dell’acqua, nessuno le avrebbe riconosciute in
quel turbinio di onde, schiuma e pensieri; Paola aveva la mente vuota, di un
vuoto preoccupato, come se la ragione fosse angustiata di non esser in grado di
comandare un corpo morto.
Si
accovacciò, fece dei segni sul bagnasciuga con un legnetto giunto da chissà
dove, scrisse ti ho amato, il mare lo cancellò subito, perché ciò
che s’ama dev’esser ritenuto solo dalla mente e non da altro. Qualche volta dal
cuore, si disse, giusto così, si convinse, nulla deve rimanere dell’amore
perduto. Solo il perduto.
Si avviò
verso la scogliera, i massi scuri resi neri dal cielo pumbleo la guardavano
avvicinarsi, i gabbiani che si posavano e si levavano le berciavano
contro vattene, non è posto per te, noi sappiamo volare.
Ma lei non se ne intese, assorta com’era nei ricordi.
Giunta
all’inizio della passerella indugiò, voleva cogliere un sasso, lo fece, lo
lanciò lontano, almeno così credette, le donne non sono brave a lanciare i
sassi e non per questioni di forza ma di genetica, loro sanno far tutto meno i
gesti che lontanamente ricordano atti di guerra.
Il sasso
cadde a pochi metri, a lei sembrarono tantissimi, un bimbo di sette o otto anni
avrebbe fatto meglio; non solo perché il lanciar cose rientra nel suo corredo
cromosomico, soprattutto perché avrebbe avuto il cuore leggero.
Gli amici
di Paola, alcuni, quelli ancora non tramortiti dalla sonnolenza postprandiale,
la stavano osservando, scuotevano la testa. Lei non badò loro, sentiva freddo,
il vento era aumentato di potenza, salì i primi scalini, poi all’inizio della
passerella girò su se stessa, vide gli amici, quei pochi che ancora la stavano
guardando, la salutavano, si voltò verso il mare aperto.
Il suo
vestito veniva insolentito dal vento, l’orlo gli fustigava le gambe,
gonfiandosi e sgonfiandosi repentinamente, schiavo del vento che calava e
cambiava direzione in continuazione.
Arrivò a
metà, il mare a destra e a sinistra, da una parte più agitato, dall’altra quasi
calmo, innaturale. Si ritrovò a guardare quel tumulto, gli schizzi salati le
bagnavano il vestito e il viso. Respirò a pieni polmoni, sentiva l’odore del
mare, del mare agitato, che è come quello di un uomo dopo che ha fatto l’amore.
Carico di passione, di ardore espresso e di desiderio appagato.
Si domandò
se il mare avesse voglia di fare l’amore con lei.
Paola,
Paola, dove sei?, gridarono gli amici. Alcuni scesero di corsa dal ballatoio dove
avevano pranzato, fermi sul bagnasciuga cercavano di capire dove fosse. Uno di
loro, con la mano sugli occhi per proteggersi da un sole che non c’era,
gridò laggiù, indicando un punto nell’acqua.
Il vestito
arancione era trascinato, ribaltato, oltraggiato dai flutti, senza che la
proprietaria avesse più le forze per difenderlo.
Corse come
un pazzo, schivò gli amici che si sbracciavano, immobili e attoniti. Mentre si
toglieva le scarpe pregò di arrivare in tempo, quattro rapide bracciate, la
raggiunse…
Sthepezz
(versione
originale)
(i versi iniziali e l'immagine che
impreziosiscono il racconto sono, rispettivamente, di Carmine Mangone,
tratti da Se questo si chiama amore, io non mi chiamo in alcun modo -
AB IMIS - 2018 e di Simone Lezzi©)


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