Hotel Amour
Era sceso alla fermata Metro Guy Môquet, da
quel che aveva potuto vedere sulla cartina l’Hotel Amour doveva essere
da quelle parti. All’8 Rue des illusions, Via delle
Illusioni. Bel nome, si (ri)disse per l’ennesima volta.
La ragazza, che aveva incontrato la sera
precedente al bistrot, era decisamente carina e ammiccante il necessario a
destare curiosità anche in uno morigerato come lui. Avevano
parlato e poi erano usciti insieme dal locale, fatti due passi, disquisito
della bellezza di Parigi, accennato a cosa facevano nella vita, ai loro sogni e
delusioni. Il suo francese era rugginoso, il suo lavoro di professore lo
spingeva spesso in America, a volte in Europa, mai Oltralpe. Quando aveva
capito che si stavano salutando fu tentato di chiederle di proseguire la serata
da qualche altra parte, magari al bar del suo albergo, con il remoto pensiero
di farla salire in camera, una volta fatta ubriacare. Gli piaceva quella
ragazza. Sorrise dentro di sé per aver pensato una cosa così banale, da film di
altri tempi, in bianco e nero, cose che oggi sarebbero visti come un tentato stupro.
Lui non era quel tipo di uomo…, e poi lei era
troppo bella e giovane. Aveva rinunciato, con rammarico e rimpianto;
quest’ultimo sarebbe dovuto venir dopo, quando a furia di pensare all’occasione
mancata, la rabbia sarebbe cresciuta a dismisura. Proprio quando aveva
rinunciato al suo proposito, lei aveva tirato fuori dalla borsetta un pezzetto
di carta e una corta matita, scritto velocemente qualcosa, ripiegato il
foglietto e posto in mano a lui, mentre se le stringevano. L’aveva salutato con
un veloce bacio sulla guancia, sussurrando un merci. L'aveva vista
andar via, con quei jeans stretti che le mettevano in evidenza le forme, quei
tacchi alti che le donavano una camminata da modella, quel giubbotto corto i
cui estremi lambivano un sedere che appariva perfetto. E l’odore della pelle,
che era riuscito a riconoscere nonostante il profumo che usava…
La pelle, il suo odore, era certo che li avrebbe
sognati tutta la notte, l’una così chiara e piena di efelidi, l’altro sensuale
e innocente al tempo stesso. Gli sarebbero tornati davanti mille volte
quegl’occhi verdi, che ora, alla luce forte dei lampioni mostravano riflessi dorati. Avrebbe sognato anche quella bocca, lunga, dalle labbra carnose, messe in
evidenza da un tenue rossetto.
Léonor, si chiamava, lo capì dalla lettura
dell’appunto che, oltre l’indirizzo, conteneva l’orario: 21:30.
Si avviò sorridente verso il suo albergo,
soddisfatto, in fondo non sono proprio così messo male se una ragazza
bellissima e giovane, per forza, le ragazze sono sempre giovani altrimenti
sarebbero qualcos’altro, si interessa a un vecchio, pensò. Che poi, è vero
che vedo la sessantina però non me li porto male, sono in forma, magro, curato
e ben vestito, si consolò. Forse non c’entrava nulla, la ragazza era solo in
cerca di un’avventura, che poi dovrei esser io quello che la cerca, o di un
approdo sicuro, o di un papà, si disse. Oppure gli avrebbe chiesto una
cifra esorbitante per le sue prestazioni, che scemo a non averci pensato. E,
dopo, qualche complice sarebbe spuntato fuori dal buio, un figuro con il basco
e il coltellaccio a scatto che lo avrebbe derubato di tutto, vestiti compresi,
lasciandolo nella stanza dell’albergo, legato e imbavagliato, e in
mutande.
Non era più capace di godersi qualcosa, una
donna, un’avventura, o solo una conoscenza, chissà, magari lei voleva solo
parlare, confidare le sue pene d’amore a quell’uomo che vedeva come un saggio,
lontana dai pericoli che correva frequentando i suoi coetanei.
Era stata una notte agitata da mille immagini,
speranze, desideri e paure. Principalmente quella di non essere all’altezza. Di
tutto, del sesso, di non essere in grado di soddisfare le aspettative della
ragazza o di consigliarla sulle pene d’amore; su questo non aveva una grande
esperienza, era stato sposato per trent’anni con la stessa donna, poi lei era
morta troppo presto e lui si era gettato a corpo morto sui suoi amati studi
universitari.
Aveva trascorso la mattinata girando la città
senza meta, non ricordava esattamente cosa avesse fatto, in testa solo lei. Era
passato davanti al Louvre ma non aveva la voglia di entrare, troppa
gente, si sarebbe distratto dai suoi bei pensieri e non voleva, finì per
passeggiare lungo la Senna. Il cielo era carico di nuvole a grappoli che
incombevano sulla testa dei passanti ma lasciavano filtrare ancora un po’ di
luce. Girò l’angolo, fiducioso che un professore di Anatomia fosse in grado di
interpretare una cartina, così come riusciva a districarsi tra vene, aorte e
decine di altri parti del corpo umano, parti che i più dei suoi studenti non
avrebbero ricordate più appena varcata la porta dopo l’esame.
L’albergo era lì, a pochi passi. L’edificio a
quattro piani era bello ma malandato, aveva avuto in altre epoche migliori
curatori, l’insegna a bandiera, fatta di lettere a neon rosso con inserti
bianchi sovrapposti per dare un senso di profondità. Invitava all’Amour,
quello che lui voleva, dolce, tenero o mercenario, purché fosse amore. Il
colore rosso gli portò alla mente la passione, l’erotismo e il sesso, pensò si
trattasse di un rifugio per incontri clandestini, veloci, rubati, nelle pause
del pranzo o per concludere una serata. Immaginava nella hall
donne discinte, in guêpière, mollemente stravaccate su divani logori, fumando
sigarette puzzolenti da lunghi bocchini. Ammiccanti e pronte a saltare addosso
al poveretto che entrava per chiedere un’informazione o prendere legittimamente
possesso della propria stanza.
Si soffermò sul marciapiedi prima di entrare, non
troppo comunque, aveva paura di ripensarci. Prese coraggio e s'infilò
nella porta girevole. Una volta dentro si guardò intorno per capire dove fosse
capitato; l’aspetto era più decoroso di quel che immaginava, le donnine non
c’erano e, a quel punto, la cosa lo disturbò. Si avviò veloce verso il concierge
e chiese della signorina Léonor, l’uomo gli rispose che la stanza era la 207.
Salì le scale a fianco del bancone, al primo piano riprese fiato, gli scalini
erano alti, arrivato al secondo si affacciò sul corridoio e scelse la
direzione. Facile, le stanze dalla prima alla quinta a destra, le altre a
sinistra. Peccato che dopo la 206 c’era la 208, di fronte la 209, a
seguire fino alla 212. E la 207? Vide il carrello della donna delle
pulizie nel corridoio, si affacciò in una della stanza, la donna era asiatica,
chiese dove fosse la 207 ma lei sembrò non capire, provò con l’inglese, senza
esito. Tirò fuori il foglietto, ci scrisse sopra il numero desiderato e glielo mostrò.
Allora la donna indicò con la mano il fondo del corridoio, mano che poi piegò
in segno di ‘gira l’angolo che la trovi’.
La porta era socchiusa. Fece un sospiro, troppo
forte, probabilmente dall’interno l’avranno sentito, pensò. Poi bussò, non
ottenne risposta né sentì accenni di vita. Spinse piano, alla sua sinistra vide
il bagno, lungo la parete destra un tavolino con un televisore, alla sinistra
s’intravedeva la parte finale del letto. In fondo alla parete, vicino alla
finestra, una stampa, una donna nuda e legata, di fattezze orientali e
piuttosto grassoccia, seduta in terra e imbavagliata. Non amava quelle
pratiche. Entrò, chiuse la porta e non mise il paletto per non precludersi
vie di fuga rapide.
Lei era sdraiata sul letto, a pancia in giù e per
diagonale, quasi completamente nuda, a parte un tanga che le copriva a malapena la
spaccatura tra le natiche, mostrando un sedere che per quanto lo avesse
immaginato bello mai poteva pensare quanto ben fatto fosse. Le gambe erano
alzate dalle ginocchia in su, incrociati i piedi. Che spettacolo maestoso, si
disse nella testa. Una scarsa luce filtrava dalle persiane socchiuse, in
alcuni punti mancanti, disegnavano sul volto della ragazza vaghi disegni
geometrici; sulla parete sopra il letto campeggiava una grande stampa, sempre a
soggetto orientale, inquietante: un uomo grande e grosso, era seduto sopra una
donna immobilizzata e di schiena, lui brandiva minaccioso un oggetto metallico
a forma di enorme fallo. L’intenzione non era quella di ucciderla dandoglielo
in testa, ma non per questo l’insieme era meno preoccupante.
La schiena di lei era leggermente arcuata, stava
sfogliando una rivista di moda, annoiata e con le cuffiette alle orecchie. Solo
allora si spiegò perché non avesse risposto né sentito del suo arrivo. Si
avvicinò cauto, si mise di lato al letto, e mentre stava per toglierle
l’auricolare da un orecchio la ragazza si voltò, sorridendo. Era il
sorriso più bello che avesse mai visto, e pensava di averne visti parecchi,
anche se non tutti indirizzati a lui. Lei balzò in piedi sul letto e gli mise
le braccia al collo, baciandolo lievemente sulle labbra chiuse. Ci mancò poco
che svenne, la testa andò a mille, si accavallarono pensieri sconci e tenerezze
da quindicenne.
Lei scese dal letto e si avviò verso lo spazio
tra la parete e l’armadio, ne prese un cavalletto al quale era montata una
macchina fotografica con uno zoom e lo piazzò davanti l’armadio. Eccoci, disse
lei, volevo che tu mi fotografassi; rimase di stucco, avevano parlato di
fotografia la sera precedente, erano entrambi appassionati, ma lui di foto
artistiche o di ritratti non ne sapeva nulla. Non ti preoccupare, ti guido io,
gli rispose. Mettiti a tuo agio, e quando sei pronto dimmelo. Lui si tolse il
soprabito e lo poggiò su di una sedia, mentre lei scopriva il letto e si
adagiava. Lui non riusciva a distogliere gli occhi dal corpo di lei, qui
seni, piccoli ma a punta, perfetti, con i capezzoli leggermente all’insù, forse
per il freddo. La pancia piattissima, anche troppo, le spalle magre, ma larghe,
le gambe lunghissime, almeno 1,75. E il pube, non lo guardò che per un secondo,
era quello che voleva, voleva vedere, gustare, assaggiare.
Lei si tolse il tanga e lo lanciò via, e poi fu
tutto un metti la focale a…, ISO a …, metti a fuoco, sfoca un po’, gli ordini
si susseguivano rapidi, come le posizione di lei. Di fronte a lui, a gambe
aperte con la mano sul sesso, di schiena con la testa leggermente alzata e le
gambe divaricate, a quattro zampe guardando l’obiettivo come casualmente,
sdraiata sulla schiena con la bocca sensualmente aperta, in ginocchio ai piedi
del letto. Fu tutto molto rapido, lei si alzò, si avvicinò
all’apparecchio, vide come erano venuti gli scatti, era soddisfatta, gli disse
che aveva una carriera come ritrattista, anche se non erano certo semplici primi piani
quelli…
Gli disse anche che meritava un premio; allora
lui finalmente ritrovò la gioia che si era attenuata mano mano che si era
avvicinato all’hotel; la ritrovò anche fuori, gli era esplosa un’erezione
pazzesca, come non ne ricordava più. Lei lo notò, poggiò la mano sulla patta
dei pantaloni, la strofinò un poco, gli sorrise e lo bacio di nuovo
delicatamente sulla bocca. Poi andò in bagno, lui cercò di ricomporsi, si
stava preparando per concedergli il premio, pensò, era pronto, prontissimo,
anzi, se non si fosse sbrigata sarebbe venuto anche senza di lei. Uscì dal
bagno con una vestaglia rosa, lunga e semiaperta sul davanti, si vedevano i
seni come quelli di un'adolescente, li desiderava, li voleva in bocca, li
avrebbe succhiati tutti. Vedeva il pube liscio, carnoso, invitante, l’avrebbe
leccato fino a consumarlo e poi…
Lei gli disse che era ora di lasciarsi, gli
chiese l'indirizzo mail, per il regalo, precisò. Prese il soprabito,
stordito, si salutarono sulla porta, lei si baciò l’indice e lo poggiò sulle
sue labbra. Mentre scendeva le scale si domandò dove avesse sbagliato. La
risposta fu semplice, si era illuso che una giovane donna potesse trovarlo
affascinante, invece semplicemente lo aveva sfruttato, chissà per cosa, magari
voleva mandare le foto a qualche rivista porno, o semplicemente doveva
rafforzare un book con immagini piccanti.
Arrivò in albergo, neanche se ne accorse,
dopo aver ripreso il Metro e camminato per un po’, non rispose al saluto del
portiere né a quello dell’addetto all’accoglienza, s’infilò nell’ascensore e si
gettò sul letto in un attimo, con ancora il soprabito e le scarpe. Chiuse
gli occhi, mille pensieri confusi, si sentiva usato e beffato. Pensieri di
rabbia si mischiavano a quelli erotici, del corpo di lei, la desiderava con
tutte le forze, il suo membro riprese vita. Sembrava volesse uscire dai
pantaloni, la voleva a tutti i costi. Ipotizzò di tornare all’albergo Amour,
forse l’avrebbe fatto più tardi.
Il beep del telefono lo avvisò di una notifica.
La ignorò, andò in bagno, aveva bisogno di una doccia, fredda, freddissima, per
calmarsi, per calmare lui, per tornare a fare il turista, dimenticare quella
storia, quell’angelo ingannatore. Anche se la testa andava di continuo a
lei, al suo corpo, che avrebbe voluto possedere con voluttà, con ardore
giovanile, si sarebbe accontentato anche di uno senile, con brutalità
controllata e nei limiti entro i quali lei glielo avrebbe concesso. Il led
lampeggiava, prese il telefono dal comodino, un messaggio dal Rettore,
chissenefrega si disse, e una mail. LeonorG1992@mailservice.fr,
aveva 26 anni, come più o meno aveva sospettato, non c’era alcun messaggio.
Solo allegati.
Aprì il primo, poi a seguire le altre
foto. Il suo culo peloso in primo piano, sopra di lei, mentre la
penetrava, lui che la prendeva da dietro, tirandole i capelli, lui sotto e lei
sopra, con i sessi sulla e nella bocca dell’altro, lui che la leccava mentre
lei godeva della lingua di lui e, infine, seduto sulla sponda del letto e lei
inginocchiata che gli praticava una fellatio, mentre lui aveva il
volto deformato dal piacere.
L’aveva posseduta, in tutti i modi e posizioni
possibili, e quasi non se n’era accorto, pensò mentre venne all’interno
dell’accappatoio.
(immagine in testa per gentile concessione
di Micoloridicielo @avolteio©)

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