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SOGNA QUEL MARE



SOGNA QUEL MARE


L’aiuto regista ebbe solo il tempo di dire “ecchecazzo” che l’aspirante attore stramazzò in terra di fronte agli esaminatori.

I provini andavano avanti da ore, il regista e le sue due assistenti (uno era uomo, gli piaceva vestirsi e truccarsi da donna ma i suoi gusti sessuali erano a trecentosessanta gradi, più spesso a novanta) erano esausti. Una sfilata di organi sessuali maschili: lunghi, corti, enormi, sottili, di circonferenza pazzesca, storti, con le vene ben delineate, altri con il glande invisibile o così ben fatto che si capisce perché lo chiamano come la nicchia consacrata di una chiesa.

Il tutto poi combinato, corti e grossi, lunghi e venati, enormi e storti, una serie di accostamenti a volte perfetti, altre assurdi.

Il ragazzo giaceva ai loro piedi, al di là del tavolo della “giuria”, la partner, colei che dopo il primo assenso dei giudicanti aveva il compito di “testarlo” sul campo era sconcertata.

Erano appena tornati dall’altra stanza, lei si era data da fare, era il decimo che aveva passato la prima selezione, lui gli piaceva, non solo per le dimensioni, perché era un ragazzone timido e perché aveva dichiarato, quasi a giustificarsi, di fare quel lavoro per mettere da parte i soldi, anche con altri lavoretti più normali, per poter fare il giro del mondo, prima di iniziare l’ultimo anno dell’Università. Amava il mare, le spiagge e il surf.

Anche lei amava le stesse cose, e guardandolo negli occhi, mentre se lo lavorava, fantasticava. Le sarebbe piaciuto partire con lui, farci l’amore, con dolcezza, in una stanza sull’oceano, con le gelosie di legno che lasciavano filtrare quella poca luce da rendere l’atmosfera romantica, il rifrangersi delle onde, qualche verso di animali esotici.

Pura fantasia…

Dopo quel provino sarebbe tornata a fare la ragioniera per la società di produzione, occuparsi della cassa, dei pagamenti agli attori, ai tecnici e ai fornitori. Le chiedevano di “provare” i candidati perché sapevano che non avrebbe disdegnato, che non si sarebbe fatta troppi scrupoli e la pagavano anche…

Lei lo faceva solo per soldi, non che fosse una persona avida; il suo sogno era solo quello di stabilirsi all’altro capo del mondo, in un’isola pressoché deserta, aprire un piccolo chiosco sulla spiaggia, vivere di poco, godersi il mare e il sole. Aveva messo da parte un certo gruzzoletto, risparmiava più che poteva, accumulava straordinari (pagati in nero) e quando poteva assisteva anziani. Ma non disponeva certo di una cifra che gli avrebbe permesso di fuggire per sempre.

Il ragazzo iniziò a dar segni di ripresa, tutti erano intorno a lui, il regista disse di lasciarlo respirare.
- Scusate, sarà stato il caldo.
- Non si preoccupi, succede. Specialmente con Gioia (il nome è di fantasia, neanche troppa se vogliamo…).

Si alzò, il membro era ancora eretto, non più come lo ricordava la tutor ma non era affatto male.

- Io andrei, disse il ragazzo senza attendere che gli astanti gli rispondessero; infilò la porta della stanza nella quale aveva riposto i vestiti.
- Sì, ma non lasciare la città, potremmo aver bisogno di te, era un film porno ma la frase sembrò più adatta a un poliziesco di serie B, il regista si pentì di averla detta.

- Però, che sventola, disse l’aiuto-regista.
- È enorme, disse l’altra/o.

La ragazza avrebbe voluto dire che era anche parecchio gustoso, ma lo tenne per sé.

- Cara, abbiamo finito per oggi, accompagna il giovanotto al bar, all’autobus, alla sua macchina, accertati che stia bene. Non vorrei avere casini per questo. Noi ci tratteniamo per mettere ordine su quelli che abbiamo visto, ora possiamo scegliere il protagonista.

Gioia uscì, aveva dato voti da zero a cinque (a due soli dei provinanti), ma a quel ragazzo avrebbe voluto dare dieci, non solo per l’attrezzatura di primissimo ordine, il fisico perfetto e i capelli biondi, ma anche per il viso angelico, imbarazzato e per il suo pudore.

Lo raggiunse correndo un po’. Stava per salire sull’auto lasciata nel piccolo cortile della casa di produzione. Lo invitò a bere qualcosa, lui rifiutò, lei insistette, gli disse che il suo capo si era raccomandato e che non potergli offrire nulla l’avrebbe messa nei guai.

La serata fu lunga, dopo il bar lui l’accompagnò a casa, un monolocale arredato con gusto, ma nel quale era difficile muoversi in due. Comunque non si mossero troppo, solo in senso orizzontal/verticale sul lettone di lei.

Dopo aver fatto l’amore parlarono dei loro sogni che in parte coincidevano. Persi nel mondo, le onde, il surf, le noci di cocco. Un’amaca tra due palme, un rifugio, la libertà.
Non sapevano se tutto questo sarebbe stato possibile un giorno, sapevano solo che lo volevano entrambi.

Alle tre di notte lui disse che doveva andare, lei lo pregò di tornare l’indomani alla casa di produzione, alle diciassette, aveva un favore da chiedergli.

Il giorno dopo lo pregò di custodirle la borsa della palestra, lei che non ci andava mai, la natura l’aveva aiutata con il fisico. L’avrebbe recuperata la sera stessa quando avrebbero fatto l'amore di nuovo.

Fu grande la sorpresa quando qualche giorno dopo lei non rispose al telefono mobile, provò a chiamarla in ufficio, dopo vari tentativi rispose un uomo molto adirato, capì solo “puttana”, provò a farfugliare qualcosa ma quello riattaccò.

Certo, non era stato un bel gesto da parte sua fuggire senza dire nulla a nessuno, ma era ovvio che non poteva fare altrimenti, non fu un bel gesto soprattutto nei confronti della comunità, i soldi pubblici sono di tutti, quindi non si devono toccare.

Ma come fosse stato possibile che avessero finanziato la casa di produzione con fondi europei per la tutela e l’incremento delle arti, quando loro principalmente si occupavano di porno? È vero che la piccola società controllata era “pulita”, ma sempre allo stesso proprietario faceva riferimento, spacciare “Il grande fallo” per un documentario sul mondo del calcio era stata la molla che le aveva dato il coraggio.

Fu grande la sorpresa quanto arrivò quel messaggio “dimmi se vuoi continuare solo a sognare”. Pochi giorni dopo per email un biglietto per un aeroporto sconosciuto in Oriente, accompagnato da “mi troverai allo sbarco, potrebbe essere un’occasione rara, se non unica”. Si disse che l’Università riprendeva a Novembre, che era quel che sognava da sempre, che lì c’erano i maestri del surf, che lei le piaceva, che…

Non provavano alcun rimorso, l’una per aver ideato il piano, l’altro per esserne stato complice. Dei contributi europei lei ne aveva ritirati la metà, una bella cifra comunque, forse non sufficiente per viverci per sempre fuori casa ma per vivere un sogno lungo sì. Lo considerò un risarcimento, un atto di giustizia sociale.

Si erano addormentati sull’amaca, abbracciati, la schiena di lei contro il petto di lui, il vento che muoveva le foglie delle palme, il sole scendeva sul mare, una palla rossa e grande, nascosta un po’ tra le nuvole, una cortina stretta e lunga.

Un paesaggio fiabesco, un caldo abbraccio, tutto era così lontano, i brutti pensieri, la vita stressante o frustrante, gli esami, il traffico, non si accorsero di quei tre che stavano arrivando, vestiti come in un film di quelli pseudo-comici, camicie chiassose e frivole, costumi sgargianti, cappelli in testa e sacca sulle spalle.

Avanzavano verso di loro, non sembravano arrabbiati né pericolosi ma non si fidarono.
Non si fecero vedere quando entrarono di corsa nel loro rifugio e presero dal nascondiglio le pistole che avevano comprato. Si erano esercitati a lungo al poligono con quei noiosi pensionati inglesi che pretendevano di insegnare loro a sparare.

Non avevano acquisito una grande mira, ma sufficiente per abbattere tre stupidi vestiti maldestramente da turisti.

Sthepezz

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