UN BUIO COSI' POCO ILLUMINATO
La benda sugli occhi. Le mani prigioniere. Seduto
in terra. Poggiato al muro.
Mi fa tutto male, come se mi avessero picchiato,
non ricordo nulla.
Mi alzo spingendo con le gambe, le mani dietro si
graffiano sulla parete ruvida.
Accenno qualche cauto passo. Sarà una cella?
Perché mi hanno rinchiuso? Sarà un buco con una griglia in alto, dalla quale i
miei carcerieri possono spiarmi? Cosa ho fatto per meritare questo?
Avanzo piano, con accortezza, ho paura di farmi
male, chissà dov’è il letto, se ci sono oggetti che intralciano. Chissà!
Allungo un piede, ho la testa incassata tra le
spalle a proteggerla da ostacoli improvvisi. Avanzo.
Vuoto, c’è del vuoto sotto al mio piede, dovrei
essere al centro della stanza, non sono sicuro che lo sia, torno indietro, mi
poggio alla parete, ne seguo il profilo, mi sembra uno spazio circolare, giro,
giro, chissà se sono tornato al punto di partenza, non capisco.
Nessuna suppellettile, perlomeno per quel che
sono riuscito ad esplorare.
Chi mi ha messo qui? Perché mi tengono bendato?
Cosa non devo vedere? Perché c’è quel buco al centro di questo spazio, quanto
sarà profondo?
Sento un dolore al petto, è un infarto, ne sono
certo, chi mi salverà? Non riesco a respirare, lo faccio con fatica, sembra che
io abbia corso all’impazzata, mi manca il fiato.
Inizio a sudare, più cerco di calmarmi più sto
male. Il diaframma non sale né scende, sembra bloccato, come un nodo in gola,
soffoco…
Devo far qualcosa. Inizio a ritmare il respiro,
sembra che io stia meglio, ma mi gira la testa, iperventilazione.
Sono calmo, mi rendo conto che non posso
restarmene così, mi avvicino alla parete, poggio la tempia, la fascia che mi
copre gli occhi è a contatto con il ruvido rivestimento bitorzoluto. Mi fa male
l’irregolarità del muro, non posso sottrarmi.
Struscio la tempia, la fascia sale anche se è
stretta, sento colare il sangue, mi sto graffiando, poco importa, danni
collaterali, l’obiettivo è più importante. Ce l’ho fatta! Scrollo via la benda.
Apro gli occhi con cautela, una fessura, per
adattarmi alla luce. La stanza è buia, la benda era inutile tortura.
Ho bisogno delle mani per capire; l’ho visto fare
nei film, seduto in terra le faccio passare sotto al sedere. Le braccia ora
sono davanti ai glutei, poi una gamba dentro, e l’altra poi, è più complicato
di quel che sembrava.
Mi sono intrecciato, slogato una gamba, ce l’ho
fatta! Sono libero, anzi no.
Mi rialzo, inizio a percorrere di nuovo la stanza
toccando le pareti; sì, sembra cemento, di quello messo con le tavole di legno.
Inciampo, la benda. L’accosto alla parete, sarà il mio via e il mio arrivo.
Faccio un giro completo, ora lo so, anche se non
sono in grado di misurarlo con certezza, questa stanza circolare è di circa
trenta passi, da benda a benda. Cerco di calcolarne la circonferenza, un passo
circa un metro. Quindi trenta metri. Se lo divido per Pi greco? Cosa faccio?
Poi mica sono capace a memoria, e a che servirebbe? Per calcolarne il raggio,
il diametro? Quando li conosco cosa faccio?
Poggio le suole delle scarpe alla parete, mi
allungo supino verso il centro, le mani toccano il bordo di quello che penso
sia il baratro. Circa due metri e mezzo, stimo.
Sapere quanti metri quadri ho a disposizione a
cosa mi è utile? Non certo a liberarmi da questa condizione e neanche a
stabilire quanto spazio di manovra ho, perché, in fondo che manovre devo fare?
Mi siedo con le spalle al muro, mi tocco la
guancia, il sangue è rappreso, è stato un sacrificio inutile. Tanto non ci vedo
comunque, ma valeva la pena provare. Se non provi non puoi saperlo.
Chino la testa tra le gambe piegate. Sono
sconfortato, però non sono caduto nel buco. Non sarei più uscito da quella
profonda depressione. Almeno credo; mi alzo, vorrei far qualcosa, ma serve
veramente far qualcosa?
Forse mi sdraierò, che dici?, sto parlando con me
stesso, sto diventando matto?
Forse lo sono sempre stato, ora chiudo gli occhi,
poi quando li riaprirò ci sarà la luce, ci sarà la verità, tutti i cattivi
pensieri saranno scomparsi, come lo saranno i cattivi, rimarremo solo noi
buoni, noi che abbiamo paura di tutto, aver paura ti rende buono. Almeno credo.
Spalanco gli occhi, forse li ho tenuti chiusi
troppo, sembra che non sia successo nulla. Nessuna luce, nessun cattivo si è
dissolto (in fondo qui non ci sono che io, chi doveva sparire?), neanche i
pensieri cattivi sembrano andati via.
Ci deve essere una via d’uscita, dicono ci sia
sempre, invece che cadere nel più buio sprofondo e rimanere in questo limbo
indefinito e sconosciuto, ecco.
Vivere la vita normale come tutti, con alti e
bassi, forse potrebbe essere una soluzione, lasciandosi dietro quello stato di
perenne costringimento che ci impone la mente danneggiata.
Forse siamo noi che in realtà ci crogioliamo
nello stato di malato per avere l’attenzione degli altri, per crearci
un alibi che ci permetta di far nulla, di non decidere, di non prendere alcuna
strada. È tutto più facile quando puoi startene lì senza aver l’urgenza di
determinare il tuo futuro, delegando gli altri.
Come se già la vita non fosse troppo
condizionata.
Sto forse morendo? No, nessuno muore sapendo di
morire, o meglio, quando lo pensi non muori mai, forse.
Perché ho tutti questi dubbi, e nessuna certezza?
Perché ho questo peso sul petto, forte, che non va via, che mi accompagna da
sempre?
Non so quanto sia altro questo muro, non so
quanto sia profondo questo buco, praticamente non so nulla e sono destinato a
restare qui.
Provo a far un salto con le mani in alto,
accostato alla parete, sbatto il grugno sul cemento, me lo graffio, ma ho percepito
un’aria più calda, lassù. Riprovo ancora piegandomi più possibile e scattando
in alto, braccia tese verso questo soffitto che mi tiene prigioniero.
Sento che il muro piega, allora potrebbe non
essere altissimo, ancora un tentativo, sì, sento che posso farcela.
Provo, provo, riprovo, senza esito. Caccio un
urlo pazzesca, le lacrime m’annebbiano la vista, ma non mollo.
L’ennesimo salto, le gambe sembrano spezzarsi e i
muscoli esplodere, ce la faccio, le dita sono aggrappate al dorso del muro, mi
trattengono con fatica, devo riuscire a salire, quasi spezzo le falangi ma
rimango incollato mentre i piedi si inerpicano come su di una scala.
Sono raggruppato, quasi in posizione fetale, le
dita stanno scivolando, resisto, forse qualche dito si è fratturato, poco male,
l’importante è che non si muovano da lì. Oscillo un po’, con uno slancio
inaspettato riesco a mettere la gamba sul cielo del muro. Mi riposo, appena a
cavalcioni.
Penso cosa fare mentre che mi strofino le mani,
l’una contro l’altra, sono anestetizzate, non provo dolore, sono scorticate,
non provo dolore, sono fratturate, non provo dolore.
Sono in cima al nulla, guardo di qua e di là,
buio nero.
D’istinto mi lancio giù dalla parte opposta.
Atterro sul morbido, sembra sabbia. Allungo le mani all’altezza del viso, una
tenda, è pesante, la scorro con le mani, trovo che una parte si sovrappone
all'altra.
Ho paura, stringo gli occhi, non serve, lo so, mi
faccio forza, le separo, uno spiraglio chiaro, le spalanco con la stessa
voluttà dell’annegato che riemerge dall’acqua, un’esplosione di luce mi acceca.
In ginocchio, dall’altra parte, vedo degli
alberi, terra, montagne, città e persone camminare in fila indiana in
lontananza.
Vedo la vita, vedo il mondo, vedo il cielo, la
terra, il sole, le nuvole.
Vedo me stesso, quello che ero prima di cadere,
vedo quello che sarò.
Vedo quello che non avrei visto né vissuto se non
avessi osato scavalcare quel muro, se fossi rimasto ad arrovellarmi il cervello
per cercare di capire perché ero precipitato nel buio.
(Mi) prometto che d’ora in avanti vivrò in piena
luce.
STHEPEZZ
(alcuni passaggi sono ispirati dalla lettura di
'Finale di partita' di S. Beckett)
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