IN PUNTA DI PIEDI
L’ho capito rigirandomi
nel letto durante il risveglio e non provando alcuna necessità di sistemarlo. Ne
ho avuta la certezza infilando la mano nelle mutande, scopro le
lenzuola e me le calo incredulo. Non c’è, neanche nel letto né in
terra, dove subito mi cade l'occhio.
Mi siedo sulla
sponda. Ho un ricordo confuso, qualche frammento. C’era molta gente ieri sera alla
festa. Avevo bevuto. Una sexy infermiera. Calze bianche con giarrettiera, la cuffietta,
il camice stretto sul seno strizzato e una massa di capelli ricci e biondi. No,
il viso non lo ricordo, solo la nuca.
Sono confuso. Getto
uno sguardo nella stanza, cercando di rintracciare qualche indizio. Mi alzo e giro
per casa. Torno nella stanza e, incurante del costume da pagliaccio noleggiato per
la festa, mi siedo sulla poltroncina ai piedi del letto. Socchiudo gli occhi. Respiro
cadenzando ritmicamente le emissioni, inizia a girarmi la testa. Riesco a
riportare il respiro alla normalità, faccio qualche esercizio di rotazione per rilassare
il collo, sento qualcosa premere sulla mia natica. Scosto il costume e lo trovo
lì.
-
Bravo! Adesso ti nascondi anche! Ma che scemo! Ti sto parlando...
Lo tiro su, con
uno sguardo a metà strada tra il disprezzo e la gioia, ma mi sfugge di mano e
cade in terra, rotolando sotto il letto. Mi inginocchio e alzo il bordo delle
lenzuola. Nella semioscurità lo scorgo rizzarsi in piedi e correre via sui suoi
attributi. Anzi i miei, finendo per piazzarsi eretto con le (s)palle al muro. Stropiccio
incredulo gli occhi e gli grido:
- Ma che cazzo
fai?
-
Cosa vuoi?, mi risponde.
-
Oddio, parli anche, adesso?, gli rimando.
-
E certo! Pensavi fossi muto?, ribatte.
- Che c’entra; non ho mai sentito dire che un…, scusa,
non so proprio come chiamarti. Un coso, insomma, ma parli veramente?
-
E allora non sai di cosa sono capace, se solo volessi, controbatte
farneticando.
-
Va bene. Va bene. Comunque ora vieni qui!, gli ordino
secco.
-
Neanche per sogno, replica.
Allora carponi mi
allungo un po’. Stampo la faccia più simpatica di cui dispongo, poi con uno
scatto fulmineo cerco di afferrarlo. Lui si schiaccia contro l’angolo del muro e
dice:
-
Lasciami in pace.
- Sei impazzito? Che ti ha preso? Cosa fai? Torna al tuo
posto. Subito!
-
Non ci penso proprio, dice con tono di sfida.
-
Vieni qui!, gli urlo.
- Allora non hai capito. Sono stufo di te e delle cazzate
che fai! Voglio starmene un po’ per conto mio, mi gela.
Lo guardo
stupito, ma non poi così tanto.
-
Ma di quali cazzate straparli?
Poi con
tono rassicurante, un attimo prima di sferrare l’attacco finale gli dico:
-
Stammi bene a sentire. Torna al tuo posto e basta!
Mi allungo con
uno scatto e cerco di prenderlo. È più veloce di me, correndo sui quei due improvvisati
piedini si rifugia sotto l’armadio.
Allora mi alzo sconfitto
e siedo di nuovo sulla poltroncina per riordinare le idee. Riesco solo a dirgli
conciliante:
-
Va bene, parliamo.
-
Non abbiamo niente da dirci, risponde piccato.
- Mi spieghi cosa ti ho fatto per meritare un’umiliazione
come questa?
-
Cosa hai fatto? Cosa hai fatto non lo sai? Per lui
dovrebbe essere una domanda retorica, ma giuro che per quanto mi sforzi non
l’ho capita.
-
Su, ti prego, spiegamelo, gli chiedo con una voce smielata
che stento quasi a riconoscere come mia.
- Va bene! Ora cerco di fartelo capire. L’altra settimana
la farmacista, poi quella incontrata al bar. Per non parlare di quel cesso del
quarto piano. Non sei normale. Credi che io sia instancabile? Ieri sera, poi, quella
strappona di infermiera. Beh, gli avete dato giù. Io però ora entro in
sciopero. Non sono un ragazzino. Te ne devi rendere conto. Prima o poi facciamo
qualche brutta figura. Lo dico per te.
- Vorresti dire che a te non piace?, accidenti, non mi aspettavo tanta coscienza da un…, lo incalzo.
-
Ah, bravo! Tu pensi che io mi diverta. Che per me sia un
hobby, un passatempo o un bisogno. No guarda, quando inizi a invecchiare,
specie se hai molto lavorato, vuoi solo un po’ di tregua. Del tipo startene lì
al buio, in santa pace, senza essere sfrugugliato continuamente.
-
Che dici? Vuoi farmi credere che mentre lavori non ti
diverti?, chioso automaticamente.
-
Non ti voglio far credere nulla. È così e basta!, risponde
seccato.
Lo
provoco.
- Ma a te non fa alcun effetto fare nuove conoscenze,
stringere amicizie o… visitare luoghi sempre diversi?
- Maiale! Sudicio porco. Pensi solo a quello. Ho sperato
che alla fine cambiassi registro; ma vedo che non se ne parla!
Sono abbastanza
stufo di tutta questa situazione. Mi avvicino. Se n’è accorto e scappa via di
nuovo. Mi passa tra le gambe velocissimo, non so come abbia fatto che è già sotto
il comò.
Afferro un
maglione e mi tuffo sul pavimento cercando di schiacciarlo contro il muro. L’ho
beccato. Lo tengo stretto. Forse un po’ troppo forte perché un dolore in basso
mi fa impazzire. Allento un poco la presa.
-
Sentimi bene, stronzetto. Per prima cosa andiamo in
bagno. Poi facciamo i conti, lo minaccio senza sapere bene come in cosa
consistano questi conti.
Passando davanti
lo specchio del bagno mi accorgo di quanto io sia ridicolo, con il mio coso
stretto nel maglione.
Per antica abitudine,
con la mano destra, tiro giù la zip anche se non ce ne sarebbe bisogno. Mentre
indugio nel pensare quanto sono stupido, lui ne approfitta per divincolarsi, si
tuffa sul pavimento scappando via di nuovo, mentre la vescica reclama i suoi
cinque minuti di gloria.
Rientro nella stanza
da letto. Non cerco neanche di immaginare dove possa essersi nascosto.
- Lasciami in pace, mi giunge da lontano con tono lamentoso. - aggiunge stentoreo - Io da oggi in poi mi alzo solo quando ne vale veramente
la pena!
La sua cazzo di voce
proviene dall’alto. Forse da sopra l’armadio oppure da una delle librerie
appese al muro. Non lo capisco, non indago e gli indirizzo una smielata frecciatina.
- Capirai anche da
solo che senza di me sei solo un pezzettino di carne senza valore. Alto come
un… coso.
- Ah, sì? E tu capirai che senza di me sei nulla, risponde
raggelandomi. E aggiunge, - Credimi, in punta di piedi, ad almeno venticinque
centimetri buoni ci arrivo.
-
In punta di piedi? Sei pazzo, di quali piedi vai
farneticando?
Non risponde. Il
problema è serio. Se non lo recupero psicologicamente non risolvo il problema. Meglio
aggirare l’ostacolo.
-
Che cosa vuoi che faccia per far pace?, gli dico conciliante. - Poi dopo una
pausa aggiungo - Pensavo di chiederti consiglio, in futuro, prima di
incontrare qualcuna?
-
Bene. Bravo. Vedo che stai scendendo a più miti
consigli. Che ne dici se iniziamo oggi?, mi risponde come se non aspettasse
altro.
-
Oggi?, gli chiedo disorientato.
- Sì, con quella! L’infermiera vampira.
- Perché ho un appuntamento con lei? E perché vampira, gli
domando.
- Perché ha due canini da esposizione. Vedi come sei
fatto? Sei così abituato a espormi che non ti ricordi neanche gli appuntamenti.
Le hai detto di venire per pranzo. Alle tredici e trenta. E guarda che ore
sono, non hai nemmeno iniziato a preparare uno dei tuoi soliti pasti afrodisiaci.
A proposito, sappilo, a me tutte quelle pietanze a base di spezie e molluschi
fanno schifo e non mi fanno effetto.
- Accidenti, me ne ero completamente dimenticato! Ieri
sera ho bevuto esageratamente. Ascoltami. Non mi far fare brutte figure. Oggi
va così. L’ho invitata e devo organizzare ancora tutto. Ora andiamo a preparare
qualcosa insieme e parliamo.
- Non ci penso affatto. Ognuno per i fatti suoi. Rimango
qui, mi riposo mentre tu prepari.
È meglio
assecondarlo, altrimenti non se ne viene a capo.
- Va bene, va bene. Me ne vado in cucina, gli dico,
cercando disperatamente un argomento valido per convincerlo.
Inizio a
preparare. Sono un cuoco provetto. Non ci metterò molto. Poi riprenderemo le
trattative.
- Mi prometti
che almeno oggi fai il bravo, vero? Per il futuro poi ne parliamo.
Non risponde.
Vedo un po’ di
luce. Sta iniziando a ragionare. È stata solo una passata. Voleva fare il
gradasso.
Bene, è tutto
organizzato. Metto il pesce al cartoccio nel forno e lo avviso:
- Vado a prepararmi.
Fai il bravo!
- Tranquillo, dice mentre entro nella stanza da bagno. La
sua voce arriva confusa con quella del televisore. Non voglio neanche sapere
come ha fatto ad accenderlo.
Apro l’acqua
della vasca. Mi rado velocemente e scelgo un profumo e della crema per il
corpo.
Certo che fa
effetto vedersi così lisci sul davanti.
Entro nella
vasca. Poggio la testa sul bordo e mi isolo per un attimo dal mondo. Darsi una
calmata. È un pazzo. Anche se è vero che ultimamente ho esagerato. Ho sparato a
ogni preda che mi si è parata davanti. Forse dovrei essere più selettivo. Ne
guadagnerei in qualità e lui non farebbe capricci.
Esco dalla vasca
e la svuoto. Mi metto l’accappatoio. L’acqua defluisce con
lentezza. Mi asciugo tra le gambe. Faccio prima del solito. Mi strofino i
capelli mentre vado in cucina a dare un’occhiata. La cottura procede bene. Sono
le tredici e quindici. Ho pochissimo tempo e ancora un problema da risolvere.
Lo chiamo: -
Pss, pss…pss, dove sei? Dove diavolo ti sei cacciato? Vieni qua!
Lui non mi
risponde.
- Cazzo sei? Ti ho detto vieni immediatamente qua!
Mi accorgo
allora che un silenzio innaturale si è impadronito della casa.
Entro in camera
da letto come una furia, il televisore è spento. Mi coglie di nuovo quel dolore
insopportabile all’inguine. Le mani si raccolgono a conchiglia, come per
proteggersi da un calcio improvviso, ma non provo sollievo. Apro il cassetto
della biancheria e infilo saltellando il primo paio di slip che trovo. Sul
davanti si forma una grande bolla di aria che subito si affloscia. Indosso
rapidamente una camicia, allacciando a caso un paio di bottoni, e poi dei
pantaloni afferrati dall’armadio.
Mi tuffo in
salotto. Vuoto.
Urlo come un
pazzo.
- Dove seeei?
La casa è
avvolta da un silenzio irreale.
Mi fischiano le
orecchie per la tensione e il vuoto che ho nella testa. È quasi ora che la mia
ospite arrivi e io sono ancora in queste condizioni. Ora sono io che cammino in punta di
piedi per cercare di non farmi sentire e cercare di sorprenderlo. Prima o poi
lo trovo, non può essere lontano.
Un’altra fitta
all’inguine, più forte delle precedenti, mi colpisce nell’attimo in cui il
campanello di casa mi avvisa che la mia ospite è arrivata.
STHEP

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