SOLE ROSSO
Non ha senso
stare qui, seduto con le gambe protese verso un flusso regolare e pigro di
marea che ricopre le rocce della riva, prima che un sole tiepido ritorni a
farle asciugare e brillare, mentre le automobili alle mie spalle non si curano
affatto di me.
Strisce
parallele di nuvole, bianco sporco e rosse, paiono lame pronte a calarsi sulla
schiena oramai scoperta del giorno.
Io non
faccio nulla per difendere un pezzo di vita mia, e di tutti, che va. Chissà se
domani sarà uguale?
Il cielo
poggia sui monti all’orizzonte; questo spettacolo sembra dirmi di stare sereno,
che in fondo c’è una certezza, o almeno la speranza che in ogni parte del mondo
ciascuno ha una possibilità.
Il sole
scende senza fretta dietro i rilievi, in luoghi, dove gente inconsapevole di
questa bellezza si prepara a ritrovare i propri affetti o forse a fuggirne per
sempre.
Ho voglia di
fumare ma è come se fosse impossibile muovermi; allora non mi resta che fissare
i riflessi del mondo, intuire i pesci che si tuffano a rompere i disegni creati
dal tramonto sull’acqua, immaginando le strie di schiuma delle barche,
circondate dalle grida dei gabbiani.
Guardo un
tramonto che non sembra più mio, un sole che diventa sempre più rosso, una vita
che sta sfuggendo e non solo perché sto tramontando anch’io.
È tardi
per avere rimpianti, nostalgia di qualcuno o di qualcosa; avrei dovuto pensarci
prima, quando ero in tempo per correggere il destino, perché non è vero che è
già scritto, siamo noi che lo decidiamo ogni giorno, potendo andare in
direzione opposta a quella mostrata dall’abitudine, dalle convenzioni e dalle
convenienze del momento.
Invece di
cogliere facili vantaggi, senza pensare che in fondo la vita non è che la somma
d’infiniti e brevi momenti, a volte inutili, raramente divertenti, molto spesso
penosi.
È l’amore
che governa il mondo o è il mondo che decide chi devi amare? Non l’ho capito,
non lo capirò mai, mi sembra chiaro che questo sia un dilemma insolubile.
Se hai
voglia di vivere a lungo non farti questa domanda, perché si può amare,
intensamente, ma non in eterno, e duri quel che duri, sarà solo un amore senza
fine, finché resiste. Nonostante ciò, se vuoi vivere tranquillo, il miglior
modo per farlo è di provare un amore sufficiente e costante, solo un poco sopra
l’asta del minimo, senza slanci, pazzie o depressioni.
Io tutto
questo lo so e non lo pratico, per non smentire che l’amore non sia eterno,
anche se, in un modo o l’altro, io sono ancora innamorato di Elena.
Un giorno
mio padre, sarà stato un giorno di fine novembre del 1968, avevo sette anni, mi
chiamò in salotto, interrompendo i miei giochi con i soldatini, proprio mentre
gli americani stavano dando una lezione agli odiati giapponesi e riconquistando
qualche isola sperduta del Pacifico.
Lui era
seduto sul divano, nell’angolo più vicino alla finestra, sfogliava un
quotidiano, e si capiva benissimo che cercava di nascondersi dietro di esso.
Entrai in
salotto stringendo tra le mani i soldati morti, tolti per avere un campo di
battaglia più sgombro che per pietà; mi accorsi che tenevo nella stessa mano
combattenti nemici, ebbi un momento di confusione, ma poi mi dissi che una
volta morti i soldati sono tutti dalla stessa parte.
Mia madre mi
seguiva, mi sentivo circondato e senza alcuna arma per difendermi da quell’agguato,
perché quello mi sembrava fosse. La pistola di latta che emetteva suoni e
s’illuminava era rimasta nella mia camera, non mi avrebbero permesso di
prenderla, si capiva che erano impazienti di dirmi qualcosa e di vedere la mia
reazione.
Con un’arma
al fianco mi sarei sentito più sicuro.
Le abituali
raccomandazioni, non si gioca al dottore con la figlia della portiera, dobbiamo
iniziare di nuovo un ciclo d’iniezioni di penicillina, non devi tornare da
scuola da solo, qualcuno ti viene sempre a prendere.
- Dal primo dicembre cambiamo casa,
disse mio padre, con voce esageratamente forte.
- Bene, gli risposi girandomi con un sorriso verso mia
madre.
- Non hai capito! Cambiamo casa,
quartiere, e cambierai scuola.
- In che senso, papà?, chiesi
guardando mia madre che si era affiancata a me, quasi fosse lì per reggermi nel
caso cadessi in terra.
- Nel senso che dovrai lasciare la
scuola, i tuoi compagni di classe, questa casa, i tuoi amici, ma non ti
preoccupare, ne troverai altri, anche migliori.
- Anche Massimo e Sonia, erano i miei
migliori amici che abitavano al piano di sopra.
- Anche loro, precisò mia madre.
- Anche Pierfrancesco?, il mio ricco compagno di banco che m’invita a giocare a casa sua; il padre aveva un’automobile così grande che dentro ce ne sarebbero state tre come la nostra.
- Anche lui, sì, fu la sentenza
definitiva di mio padre.
Quella sera
non cenai, chiuso in camera mia lessi e rilessi un fumetto, o meglio sempre la
stessa pagina, inzuppata di lacrime.
Non mi
permisero di dirlo subito ai miei amici, a Massimo, mio compagno di giochi,
quello che possedeva in casa ben due pistole da cowboy, repliche perfette di
quelle vere, utilizzate dal padre quando faceva la comparsa a Cinecittà, e a
sua sorella Sonia, probabilmente la mia prima fidanzata, una bambina di cinque
anni, così deliziosa che mi era impossibile non pensare che sarebbe stata la
moglie perfetta.
Colei che
avrebbe preparato la cena speciale, tonno e fagioli, nell’attesa del ritorno
del suo sceriffo partito all’inseguimento dei banditi che avevano assaltato la
diligenza o rapinato la banca; senza di me probabilmente sarebbe rimasta a fare
la serva del padrone del saloon.
Il mattino
seguente comunicai la notizia alla maestra e lei lo disse ai miei compagni.
Passai le prime ore di lezione sulle sue gambe, piangendo lacrime che mi
offuscavano la vista e che non mi permettevano di vedere i miei compagni
tirarsi penne e aeroplanini di carta, per festeggiare l’inattesa ricreazione.
Il primo
dicembre arrivò in un attimo e il trasloco fu fatto in fretta.
La nuova
casa era grande, il quartiere, dall’altra parte della città, più moderno,
sicuramente bello e con un grande parco vicino.
Niente a che
vedere con la vecchia zona, così piena di case piccole addossate a mura antiche
risalenti agli antichi romani, e con quel parco nel quale andavo a giocare,
pericoloso per le colonne o i marmi quasi interamente interrati, nei quali era
facile inciampare.
Nonostante
tutto fu abbastanza facile ambientarmi con i ragazzi che sarebbero diventati i
miei compagni di gioco al parco sotto casa, abitavo a pochi metri da mio cugino
e quindi i suoi amici divennero anche i miei.
La nuova
maestra non era come la precedente, materna e tranquilla ma dura ed esigente, o
almeno così mi sembrò.
Ero preoccupato,
non sarebbe stato facile arrivare in un gruppo nel quale le dinamiche e i
rapporti di forza erano consolidati e le simpatie e antipatie già fissate,
almeno per un po’; avrei avuto difficoltà a capire quale fosse il mio posto?
Mia madre mi
accompagnò a scuola alle nove, suonammo alla porta di quel villino dei primi
del secolo scorso, che sarebbe stato la mia scuola elementare fino all’esame di
quinta, una bidella bassa e grassa con scuri baffi ci venne ad aprire.
Non ci fu
bisogno di dire nulla, bastò uno sguardo d’intesa tra lei e mia madre e
iniziammo a salire le scale protette da una ringhiera di ferro battuto,
finemente lavorata a motivi floreali. Quando arrivammo al secondo piano, la
donna ci fece cenno di fermarci a due metri dalla porta, bussò e dopo aver
ricevuto la risposta, sporse il suo faccione mormorando qualcosa alla maestra.
Il cuore
iniziò a battermi forte, non riuscivo a intravedere all’interno dell’aula,
cercavo in punta dei piedi di sbirciare, di scoprire come fosse fatta la
maestra, le facce dei miei nuovi compagni, ma di loro riuscivo a vedere solo le
mani di quelli al primo banco.
La porta si
spalancò, la bidella ci autorizzò a entrare, mia madre, forse più emozionata di
me dette la mano alla maestra rimasta sul predellino della cattedra, sembrava
un gigante ed io allora mi feci piccolo, nascondendomi dietro mia madre e
finendo con il cappotto nuovo comprato per l’occasione addosso alla lavagna,
facendolo diventare bianco su di una spalla.
La maestra
chiese di presentarmi alla classe, probabilmente dissi solo il mio nome, forse
lei si aspettava qualche parola in più, i miei compagni, guardavano con fissità
verso di me, cercavano di capire in quale categoria mi avrebbero classificato.
Lo scemo, no, ne abbiamo fin troppi, il secchione neanche, ne basta uno e poi
questo ha la faccia poco intelligente e non ha gli occhiali, il prossimo
ripetente, può darsi. Mi sarebbe bastato essere considerato normale.
Riuscii a
dare un’occhiata all’aula, per capire dove mi sarei seduto. Era lunga e
stretta, e poco luminosa, sul soffitto una trave la divideva esattamente a
metà, decisi che se mi avessero messo nel banco vuoto che era nella parte più
vicina la cattedra, sarei stato tra i bravi, altrimenti tra gli asini. Nulla a
che vedere con la mia vecchia aula, moderna, spaziosa, luminosissima e con
molto spazio alla fine, dove gli armadietti contenevano libri e giochi, di cui
qui neanche l’ombra.
La pausa era
durata anche troppo per la maestra, c’era da riprendere la lezione, e fu quello
il primo senso di colpa che mi fecero venire, l’intruso che interrompe la
lezione, ma fu anche uno dei pochi della mia vita, perché le cattive azioni,
quando sei tu il regista, non portano sempre con sé altri effetti collaterali
nel tuo animo, ma solo nella vita degli altri.
- Vai a sederti in quel banco vuoto,
disse la maestra accompagnando mia madre verso l’uscita.
Non feci in
tempo a salutarla che la bidella richiuse la porta alle sue spalle. IniziA la
passerella dopo aver gettato un’occhiata in giro, decisi in quel momento che
qualunque cosa fosse successa non avrei ceduto alla tentazione di piangere, che
sarei stato forte, che avrei guardato in faccia i miei compagni, passando loro
accanto, e con sprezzo sarei stato in grado di sostenere il loro sguardo,
indagatore, incurante o semplicemente assente.
Terzo banco,
parte iniziale dell’aula, fila interna. Tra i bravi.
Feci un giro
di trecentosessanta gradi prima di sedermi, poggiai la cartella sulla seduta,
sfilai il cappotto e lo lanciai sull’unico posto libero che c’era
sull’attaccapanni appeso al muro alla sinistra del mio nuovo compagno di banco.
Ovviamente
non feci centro, suscitando l’ilarità della classe. Il mio nuovo compagno lo
raccolse, pensai per bontà o perché era caduto tra il muro e il banco
nascondendo la sua cartella. Lo alzò come un trofeo, lo ripulì platealmente,
riuscendo a far ridere la classe per la seconda volta in pochi secondi, sotto
lo sguardo complice della maestra, e lo fece ricadere in terra, nel tentativo
maldestro di sistemarlo accanto ad un altro.
Mi tuffai
sopra di lui, quasi schiacciandolo al suo posto, non nell’inutile tentativo di
riprenderlo prima che ricadesse, ma con la precisa volontà di assestargli un
pizzicotto di nascosto, cosa che feci su di un fianco. Gli sorrisi, prova a
dire qualcosa alla maestra e sei morto, non pronunciai queste parole, ma lui le
sentì lo stesso.
La faccenda
del cappotto fu risolta, stavolta meno spettacolarmente dei primi tentativi e
con maggiore efficacia. Potevo sedermi.
- Non lì, laggiù, disse la maestra,
indicando l’ultimo banco della stessa fila.
Non seppi
mai se fui io che compresi male il primo ordine o fu lei che considerato il
piccolo incidente con quello che poi divenne il mio migliore amico maschio
della classe, ci ripensò.
Ripresi la
mia cartella, ricordai con gli occhi al povero Marco che quello era il mio
cappotto e che lo sarei venuto a riprendere appena possibile, e oltrepassai il
confine tra il territorio dei buoni e quello dei cattivi, sedendomi per la
prima volta accanto a lei.
Capii subito
che era di un altro pianeta, e che per lei stare laggiù, all’angolo estremo
della classe, non rappresentava una punizione, un’esclusione o una
classificazione, ma una scelta, la sua.
La voce
della maestra mi riportò alla realtà, la lezione riprendeva esattamente dal
punto in cui io l’avevo interrotta, ed Elena m’invitò con lo sguardo, con i
suoi occhi caldi nei quali navigavano pagliuzze dorate, a seguire l’analisi
grammaticale dal suo quaderno, scritto con una grafia piena e ordinata.
Non riuscivo
a seguire quasi nulla di quel che stavamo facendo, probabilmente la mia
preparazione era scarsa, compresi subito che mi sarei dovuto impegnare molto
per mettermi al pari degli altri, almeno degli alunni medi, ma mi dissi che con
l’aiuto di Elena ce la potevo fare.
La elessi
subito mio nume tutelare, pur non sapendo affatto allora cosa volesse
dire, probabilmente pensai che fosse colei che poteva tirarmi fuori da una
momentanea difficoltà, dalle sabbie mobili di quelle foreste dove io,
all’epoca, fantasticavo di avventurarmi, per cacciare animali pericolosi o
semplicemente per voglia di avventura.
Che la
simpatia fosse reciproca me lo confermò il suo atteggiamento al momento della
ricreazione.
- Dai, alzati, mettiti in fila per il
bagno, poi ci vediamo sul pianerottolo e parliamo, mi disse.
Lasciai
l’aula per ultimo, seguito dallo sguardo della maestra.
- Come vai in aritmetica, m’interrogò
quando ero già con un piede in corridoio.
- In che senso?, le chiesi.
- Sei bravo?
- Così, così, risposi.
- Allora starai nella squadra blu,
quella capitanata dalla tua compagna di banco, sono uno di meno.
Pensai che
le cose si stessero sistemando, ero nella squadra di Elena.
Andai in
bagno, la pipì non mi scappava, e non l’avrei neanche potuta fare, visto che avevo
occupato il bagno rotto, quello senza la tazza e con quel buco sul pavimento (non avevo mai visto il cesso alla turca). Attesi il tempo necessario per
dare l’impressione di aver fatto, scaricai e uscii.
Elena era lì
che mi aspettava con le braccia conserte, poggiata alla porta chiusa della
stanza della vicepreside, lo lessi dalla targa ovale e smaltata in cima allo
stipite.
- Allora, che ti sembra questa scuola, mi chiese.
- Vecchia!
- Antica, forse. Non vecchia.
- Forse, dissi per cercare di andarle
incontro, convinto che fosse fatiscente.
- Da dove vieni?
- Da Roma.
- Anche qui è Roma, che stai dicendo?
- Dall’Appio.
- E dov’è?
- Lontano, risposi.
- Quanto?
- Ore e ore di macchina.
- E dove abiti?
- A casa mia.
- Lo so, ma dove?
- Come fai a saperlo che abito a casa
mia.
- Volevo sapere la via.
- Ah! Non ho ancora imparato il nome.
Deciso a cambiare argomento mi guardai in giro.
- Bene, disse per riempire il tempo,
mentre intorno a noi si scatenavano i giochi degli altri ragazzi che non erano
scesi nel piccolo cortile o nel giardino.
- Mi hanno messo nella tua squadra,
bella fortuna.
- Non credo, a parte me che dicono sia
tra i bravi, gli altri sono i peggiori, c’è Camillo, quello scemo, Antonio, il
gemello di Santo che è meglio non parlarne, Sandra e Beatrice, due che non sanno
nulla di nulla. Ti ha messo lì perché deve vincere la squadra di Andrea
Battaglia, ricordati questo nome, è quello con gli occhiali al primo banco
dell’altra fila, crede di essere il più bravo perché suo padre è ricco e fa il
professore. Ma io lo batto in tutto, in aritmetica, in poesia, nei riassunti,
dettati. E lui ci sforma.
- Scusa?
- Ci rimane male, replicò, capendo al
volo che quell’espressione non l’avevo mai sentita.
- Ce la faremo.
- Siamo ultimi in classifica, ma vicini
ai penultimi, le altre tre squadre hanno un sacco di punti, troppi quella rossa
di Andrea.
La
campanella suonò, una volta brevemente e poi dopo due minuti più a lungo, ma
Elena ed io eravamo già al nostro posto, facendo piani di battaglia per
recuperare punti preziosi.
Il resto
della lezione mi sembrava impossibile da seguire, sia perché non avevo ancora
il libro di lettura e il sussidiario, sia perché i miei compagni, anche quelli
scarsi, nonostante fossimo in seconda elementare, sapevano scrivere già bene,
mentre io faticavo a mettere insieme le lettere, una dietro l’altra, e spesso
venivano fuori parole che non riconoscevo.
Comunque il
bilancio che feci a mia madre, che mi aspettava in disparte rispetto al gruppo
dalle altre mamme, fu positivo. Mentii sul fatto che avevo fatto amicizia un
po’ con tutti, alcuni no, non c’era stato il tempo ma rimedierò domani,
tranquilla mamma, mi hanno accolto bene, erano tutti simpatici, cosa
impossibile da provare non avendo scambiato che poche parole con loro,
probabilmente più poiché avevo avuto occhi e orecchie solo per Elena.
I giorni
successivi passarono rapidi, nel dettato me la cavai abbastanza bene, presi un
inaspettato sette, mi sembrò anche troppo per le mie capacità, niente comunque
a confronto del dieci meno di Elena e del dieci pieno di Andrea. Però, facile,
lui stava al primo banco, le virgole le sentiva tutte, invece laggiù non
arrivavano. Volevo dire alla maestra che lui era avvantaggiato, ma lei me lo
impedì. Lo battiamo in aritmetica, diceva Elena.
E così fu, e
fu un trionfo, lei dieci ed io nove e non so perché, Camillo a parte, anche la
nostra squadra fece il suo dovere. Superammo in classifica i verdi e ci
avvicinammo ai gialli, pochi punti ci separavano.
Durante le
poche assenze della maestra, chiamata dalla bidella per affari misteriosi, sui
quali ci interrogavamo senza alcuna speranza di sapere quali fossero, alla
lavagna si alternavano Elena e Andrea.
Andrea
scriveva prima di tutto tra i cattivi i nomi della mia squadra, uno dietro
l’altro, partendo da Elena e facendo solo una breve pausa prima di scrivere il
mio, in fondo. A seguire gli altri, un po’ a caso, tanto per non dare troppo
l’impressione che l’avesse con noi. Nell’altra sezione, quella dei buoni
apparivano solo i suoi compagni.
Invece Elena
si comportava in maniera diversa. Iniziava con l’inserire il mio tra i buoni,
poi faceva una lunga pausa, qualche sospiro per creare attesa e poi i nomi dei
membri della nostra squadra, poi qualche altro fortunato, compresi alcuni della
squadra rossa, mai quello di Andrea.
Mi sono
sempre domandato in seguito se quelli che non apparivano mai o pochissime
volte, né buoni né cattivi, non avessero avuto da grandi dei problemi
d’identità.
Era ora di
preparare qualche lavoro da portare a casa per il Natale, il solito spreco di mollette
di legno, spargimento di colla e stragi di colori per costruire la grotta, i
personaggi li dovevamo comprare da soli, un bel Presepe non c’era che dire, con
una capanna che neanche in Namibia sarebbero capaci di costruire.
Per decorare
l’aula, invece dovevamo fare cose più complesse e grandi. Capitai nel gruppo
che avrebbe preparato un foglio con il testo di una canzone natalizia e con un
disegno a rappresentare la notte santa. Considerato che c’era, sarà stato un
caso, tutta la squadra rossa al completo e parte della gialla, sua alleata, fu
difficile ritagliarmi uno spazio per far qualcosa. Ogni mia idea era bocciata,
la strada la fa Lucio, il padre è ingegnere stradale, il pastore lo fa
Sandrina, il nonno aveva un allevamento, non parliamo dei personaggi della
grotta, sentenziava il mitico Andrea che sapeva il fatto suo.
Elena era
nel gruppo che doveva fare il Presepe con la lana grossa, con pupazzetti quasi
tridimensionali, e gettava un’occhiata spesso per controllare che non mi
emarginassero troppo, io le sorridevo e facevo ampi gesti nell’aria mimando
tutte le cose meravigliose che stavo facendo, che avrei voluto fare.
In un paio
di giorni i lavori erano quasi stati completati, nelle pause ci raccontavamo
con Elena i progressi dei nostri gruppi, lei mi diceva cosa stava facendo e
quello che diceva agli altri di fare, io raccontavo quel poco che potevo per
non denunciare la mia forzata inattività, senza entrare troppo nei particolari.
Mancavano
pochi giorni alle vacanze di Natale, era quasi tutto pronto. Ma io non ero
soddisfatto, non avevo fatto nulla e tutti i miei suggerimenti erano stati
scartati.
Approfittai
della ricreazione, uscii per ultimo fissando appuntamento con Elena in cortile,
la giornata era fredda ma bella. Mi attardai più del solito, nell’uscire
dall’aula presi un pastello a cera rosso lasciato sulla cattedra.
Andai in
bagno, mi ero abituato alla mancanza della tazza, in quel cesso alla turca, non
c’era più nessuno sul pianerottolo, rientri in classe, srotolai velocemente il
cartellone, disegnai nel cielo un sole rosso, premendo bene il colore, in modo
che fosse difficile toglierlo e rimisi tutto a posto.
Raggiunsi i
miei compagni, scendendo le scale nessuno mi vide, come se non fossi
indispensabile per i loro giochi, non ci facevo più caso ormai, avevo imparato
che a volte può far comodo essere trasparenti.
Solo Elena
notò il mio arrivo, forse mi aveva cercato, anche se era intenta a giocare a
campana con le amiche.
Il giorno
dopo ci fu la tragedia.
Dopo aver
sistemato il Presepe di lana all’angolo della cattedra, appeso festoni e stelle
varie, il nostro cartellone, anche se io lo sentivo poco mio, fu aperto. La
maestra salì sulla sedia, noi gli passammo il cartellone e lei piantò il primo
chiodo per farlo reggere al muro, mentre cercava di renderlo liscio, la sua
mano passò sopra il sole, sbavandolo anche un po’ e per poco la donna non cadde
in terra.
- Andreeeaaa, l’urlo risuonò per tutto
il piano.
- Maestra, ma…, rispose balbettando.
- Che diavolo c’entra il sole se
Nostro Signore è nato a mezzanotte?
- Ma… Maestra, ieri non c’era.
Qualcuno dei
compagni disse:
- Il sole sorge ogni giorno.
La battuta
fece ridere tutti, forse anche la maestra, anche se non lo fece vedere.
Andrea mi
guardò, sostenni il suo rancore con forza, questo succede a voler fare il capo
quando non si è in grado.
Mi girai
verso il mio banco, vidi la testa di Elena sbucare da dietro quelle dei
compagni, mi fece un sorriso e l’occhiolino, e allora capii che non l’avrei mai
più lasciata.
La maestra
assegnò i punti a ogni appartenente ai gruppi di lavoro, anche se non sapevamo
che i lavori di Natale facessero parte della gara; la maggior parte dei nemici
rossi era nel mio gruppo e non avemmo alcun punto, il resto della mia squadra
era con Elena, cinque punti ciascuno e balzammo in testa. Per merito mio.
La
premiazione fu la mia piccola rivincita, Elena mi mandò alla cattedra per
ritirare i premi, invece di godersi il meritato trionfo, la vidi godere del
mio, perciò ostentai i libri, i quaderni e le penne tenendole in alto e
mostrandoli al resto della classe, prima di distribuirli ai vincitori, passando
dagli sguardi muti dei miei compagni sconfitto a quello adorabile della donna
che non avrei mai dimenticato.
Si può
gioire, dopo aver patito l’esclusione, anche mantenendo un atteggiamento
corretto e sportivo, quando passai accanto ad Andrea, non lo guardai,
risparmiavo gli occhi per lei.
Imparai che
i vincitori possono essere timidi, non sbandierare il proprio valore, come una
difesa per evitare di essere al centro dell’attenzione, ma trionfare dentro di
sé e non con minor gioia, anche questo imparai da Elena.
In tutti gli
anni della scuola non ho mai più riprovato l’ansia che ebbi quell’anno nel
voler tornare a scuola dopo le vacanze di Natale, un po’ perché non volevo che
passasse troppo tempo dalla vittoria, come per ricordare a tutti che io ero un
vincitore, un po’, soprattutto perché avevo voglia di rivederla.
L’inverno
terminò rapidamente, prima che il calendario lo confermasse, la primavera fu
dolce, almeno questo ricordo, e la scuola stava finendo, il mio rendimento
scolastico cresceva, ormai ero tra i bravi, anche se rimanevo seduto agli
ultimi posti.
Una
settimana al termine della scuola, capii, non so come, forse una sensazione,
forse un timore me lo fece intuire, che c’era qualcosa che non andava, e che
non mi sarebbe piaciuta.
Iniziammo un
esercizio di dettatura, la maestra ripeteva alcune parole a voce alta ma mai
due volte le più difficili, guardava in continuazione la porta chiusa, come se
aspettasse qualcuno che non arrivava mai.
La mia
compagna di banco chiese due volte di andare in bagno.
- Stai male?, le chiesi.
- Solo un po’, mi rispose con gli occhi
lucidi.
- Hai la febbre, si capisce, le dissi
sentendole la fronte.
- Non ho la febbre fuori.
Che strana malattia
avrà, mi chiesi, la febbre dentro non l’ho mai sentita, deve essere una cosa
grave, ma non contagiosa.
Mi
precipitai poi giù dalle scale, arrivai in cortile con il fiatone, c’erano
ancora pochi bambini. Attesi qualche minuto, il gruppo delle giocatrici di
campana e corda era già in azione, ma lei non c’era. Salii le scale a due a
due, non la trovai sul pianerottolo tra i pochi compagni che stavano parlando,
mi affacciai in classe e la vidi, la intuii, al suo posto, perché davanti a lei
c’era la maestra che la copriva. La sua mano le stava accarezzando i capelli
ricci, un tentativo di conforto che non sortiva l’effetto voluto, mi avvicinai
e fermo nel mezzo del corridoio guardai le due donne. La maestra ritirò la
mano, Elena si asciugò le lacrime.
- Vi lascio soli, penso che Elena ti debba dire qualcosa, sentenziò la
maestra.
- Cosa mi devi dire?, chiesi
preoccupato. La mia mente passò in rassegna tutti i mali che conoscevo, il
raffreddore con e senza febbre, le storte alla caviglia, non avrebbe più potuto
saltare, ma solo fintanto che non le fosse passato il dolore, un taglio alla
mano con la carta del quaderno.
- Vado via, disse.
- Fai bene, quanto uno non si sente
bene è giusto, vedrai, domani starai meglio.
- Non hai capito, come il solito, non
capisci nulla, disse con un tono che non le avevo mai sentito, offensivo e
tenero al tempo stesso, pieno di rabbia e di passione, ma questo lo capii molto
tempo dopo, una volta che un’altra Elena me lo disse.
- Cosa non ho capito?
- Quest’estate ci trasferiamo per
sempre a Milano, i miei genitori sono di lì, sono nata a Roma per via del
lavoro di mio padre, precisò chinandosi su di me, tentando di darmi un bacio
sulle labbra, mentre io mi ritraevo per quel gesto inaspettato, finendo
completamente sdraiato sul lungo sedile familiare del nostro banco, assaporando
quel gusto nuovo.
La
ricreazione era finita, per sempre.
Ognuno può
incontrare nella propria vita un’altra Elena, solo una però è quella autentica,
quella che ti apre gli occhi sulla vita, anche se non tutto di quel che ti dice
lo comprendi subito; mano mano che vivi però tutto ti torna in mente.
Gioie,
dolori, da distacco specialmente, da abbandono, da non poter vivere ancora i
momenti belli che riposano nei ricordi. Ci sono attimi che capisci di non aver
vissuto come volevi, nei quali non hai spinto fino in fondo le tue emozioni,
perché la testa, per averle pensate troppo, ha frenato l’azione.
Ora che
anche l’altra mia Elena, quella della vita da adulto, mi ha lasciato, ho capito
di non potercela fare. Non butti fuori i sentimenti, diceva, hai paura di
perdere quel che forse non hai mai avuto. Nella tranquillità sono capaci tutti
di vivere, ogni cosa al suo posto, rapporti chiari, nessuna complicazione
eccessiva, routine da non spezzare e via fino a cento anni.
Non posso
lasciarmi dietro sempre cose incomplete, iniziate perché fortemente volute e
poi abbandonate, perché la vita non è nei ricordi né dei codardi.
Voglio
andarmene anch’io, non ho più la forza di ricordare, non voglio che la notte mi
ritrovi qui.
Mi lascio
scivolare dal muretto a picco sulle rocce, incapace di capire, nel breve
viaggio, se il rimpianto di non aver vissuto è troppo forte, quanta vita ancora
mi batte dentro e se era troppo tardi per usarne un po’.
STHEPEZZ

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