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PIOVE OGGI GIANFRANCO?





PIOVE OGGI GIANFRANCO



C’erano giornate che iniziavano con l’adunata generale al parco, alle nove, e terminavano con la diaspora verso le rispettive case, solo dopo le infinite grida delle mamme affacciate alle finestre che annunciavano che la cena era già in tavola e fredda.
Erano giornate che non finivano mai, trascorse cambiando gioco in continuazione perché eravamo diventati all’improvviso troppi o perché il più bravo di noi si era stancato di vincere sempre oppure perché qualcuno proponeva una novità.
Quando un pallone rotolava tra le nostre gambe, anticipando l’arrivo di chi ne possedeva ancora uno, le interminabili partite di calcio prendevano vita fino a che il punteggio diventava troppo grande per essere ricordato.
La voglia di iniziare la battaglia, le corse a delimitare le porte, segnate da magliette ammonticchiate a far da palo, mentre la traversa era lasciata all’immaginazione, ciascuno con la propria posizione sul campo, conoscendo a memoria ruoli e squadre, sempre quelle, non ci facevano conoscere l’affanno del caldo. L’ennesima rivincita o sconfitta davano la carica  fino a quando, troppo accaldati, sprecavano le ultime forze per correre alla fontanella comunale.
Quasi fosse una fonte di energia eterna che permettesse di proseguire all’infinito le lotte, le derisioni a quelli che arrivavano ultimi, sempre gli stessi, in attesa sotto il sole che i più veloci si dissetassero e terminassero di tirarsi l’acqua l’un con l’altro, la fontanella aiutava a dimenticare i reciproci e pesanti dileggi, permettendoci di ricominciare in armonia con nuovi giochi, senza ricordare più l’onta della sconfitta o deponendo l’orgoglio del vincitore.
C’erano giorni che decidevamo di avventurarci su per la montagnola, una collinetta coperta di alberi e cespugli, per arrivare fino alla ferrovia. Di nascosto dei nostri genitori, a imitazione dei fratelli e amici più grandi, a volte al loro seguito, ci addentravamo nel boschetto, come se andassimo a un safari nella savana.
Chi era armato di fionda con il sasso incoccato, pronto per essere scagliato verso il primo rumore, chi con la cerbottana caricata con palline di stucco o con cartocci di carta la cui punta era armata con uno spillo preso in prestito dalla cassetta del cucito della nonna.
Altri imbracciavano bastoni o rami raccolti e li utilizzavano a mo’ di machete facendo strada come la più esperta delle guide; il resto del gruppo seguiva in fila indiana, vigile e scherzoso.
C’erano volte che qualcuno lanciava l’idea, sempre temuta dai meno coraggiosi, di una deviazione alle grotte. Caverne naturali e successivamente allargate da soldati tedeschi, utilizzate come posto di osservazione dell’ingresso a Roma dalla parte della vallata o solo per riposare dal gelo nelle lunghe notti di guardia nell’inverno dell’ultimo anno di occupazione nazista di Roma.
Che più di qualche soldato ci fosse passato, fosse solo per una notte, o usando la grotta come rifugio permanente, era testimoniato dai ritrovamenti degli amici più grandi. Elmetti, giberne, gavette arrugginite ed ammaccate e perfino, i più fortunati, qualche proiettile, di quelli lunghi da mitragliatrice.
Grotte, una di fianco all’altra, che all’interno comunicavano tra di loro, formando una lunga galleria, parallela alla parete della collina, nella quale si poteva stare comodamente seduti o camminare leggermente incurvati. L’ingresso doveva essere percorso carponi, un paio di metri nel buio più totale, prima di arrivare in uno spazio più largo e sorprendentemente meglio illuminato.
Le poche volte che ho avuto il coraggio di entrare, un senso di panico mi bloccava il respiro, a causa del pensiero che sopra di me ci fosse una montagna di terra pronta a franarmi addosso; il terrore limitava i miei movimenti, attutiva le grida dei miei amici, quelli dentro che cercavano le mie braccia per tirarmi a loro, quelli fuori che spingevano per farmi entrare.
Un giorno la paura vinse il tira e molla dei miei compagni, diventai di piombo, nessuno riusciva a spostarmi, le mie mani abbrancavano le pareti e i miei piedi allargati si puntellavano dove potevano.
Le urla provenienti dall’interno della grotta rimbombavano nella mia testa, con il solo effetto che i muscoli si fecero sempre più rigidi ed era impossibile spostarmi anche di pochi centimetri.
Con molto impegno, chi era rimasto fuori riuscì a afferrarmi per i piedi. Le mie mani mollarono la presa per poggiarsi in terra, mi opposi con tutte le forze ai miei salvatori, infilando le unghie nel terreno polveroso che si sbriciolava sotto le mie mani.
Ricordo le facce degli amici, una volta fuori e poggiato con la schiena alla parete, cercando di respirare a pieni polmoni. Non erano di rimprovero, piuttosto di paura. Non comprendevo le loro domande, probabilmente volevano sapere cosa diavolo mi fosse successo, ricordo che scuotevo la testa, sputavo saliva mista a terra e tenevo i pugni chiusi, i suoni mi arrivavano smorzati, le figure lì in piedi avevano contorni vaghi.
-  Me ne vado a casa, è l’unica cosa che devo aver detto.
Probabilmente, poiché ero vivo per miracolo, qualcuno potrebbe aver risposto che fosse l’unica cosa sensata da fare.
Mentre riguadagnavo la strada di casa, spolverando i miei abiti, mi resi conto che avevo ancora il pugno destro ben stretto. Aprendo il palmo, seminascosto tra la polvere, l’argilla secca e i rametti vari, scorsi un sasso di piccole dimensioni, una pietra grigia, un po’ piatta e arrotondata ai bordi.
Al centro, perfettamente riconoscibile, il negativo di un fossile, un pesciolino di pochi centimetri.
Il pensiero che quel luogo, milioni di anni prima fosse ricoperto di acqua, mi colpì così profondamente che arrivato a casa presi l’enciclopedia per studiare le ere geologiche della terra.
Altre volte, invece, fortunatamente, la meta nostra era semplicemente la ferrovia.
Questo significava che la spedizione arrivava diretta alla fine del bosco, dove, oltre i binari, si estendevano poggi dolci, di solito occupati da greggi al pascolo.
Attraversare i binari era semplice e non comportava un particolare pericolo, considerato che si poteva vedere in entrambe le direzioni per centinaia di metri. Quindi, la sfida non era molto stimolante, ma lo sarebbe stato di più se qualcuno avesse proposto di farlo davanti la galleria.
Una doppia sfida, anzi, per arrivarci bisognava percorrere il ponte di metallo che nel punto centrale era posto ad almeno cinquanta metri di altezza, camminando su di una passerella larga poco più di mezzo metro. Se un treno fosse arrivato, l’unica salvezza era di schiacciarsi contro il parapetto o correre verso la piccola piazzola d’emergenza che avrebbe permesso di mettersi in salvo.
Il treno, uscendo dalla galleria, fischiava per avvisare del suo arrivo, allora iniziava la corsa, quelli rimasti in coda erano costretti a schiacciarsi contro il parapetto, sperando che il treno non avesse sporgenze.
L’adrenalina era così alta, passato il pericolo, che attraversare i binari avanti e indietro, davanti alla bocca della galleria, diventava un gioco da ragazzi.
Il ritorno era tutto un prendersi in giro.
-  Ma dai, non era poi così pericoloso, dicevano i più coraggiosi o gli incoscienti.
Signora, le ho riportato il braccio di Marco, ma del resto del corpo non sappiamo nulla, probabilmente se lo stanno mangiando le pecore, diceva Mauro, all’indirizzo di Sandro, notoriamente quello con la mamma più ansiosa del quartiere.
-  Signora Maria, suo figlio era un morto vivente, ci correva appreso, l’abbiamo dovuto affogare nello stagno. Cosa se ne fa suo marito all’officina, conciato così, spaventa i clienti.
E poi qualcuno aggiungeva:
-  Le diamo questo fazzoletto con il quale abbiamo cercato di tamponare le ferite, senza riuscirci, dopo che lo avrà lavato per togliere tutto questo sangue, me lo può restituire, sa, mia madre ci tiene…
Avevamo anche divertimenti più normali, meno pericolosi, come la battaglia con la banda della valle, che pensavamo essendo figli di operai, nell’allora nostra elementare suddivisione del mondo in classi, possedessero armi superiori alle nostre, come tubi, chiavi e bulloni grandi come noci.
Le sfide soggiacevano a precise regole, non ci si poteva avvicinare più di un certo spazio, in modo tale che i proiettili potessero perdere la loro efficacia balistica; in realtà si trattava di una semplice sassaiola.
Non sempre le cose andavano come volevamo, però. Capitò che uno dei nostri facesse uno sgarbo al fratello di uno dei nemici, e questi ultimi, all’imbrunire di un pomeriggio degli ultimi giorni di vacanza, quando il prato era pieno di ragazzi che giocano, di nonne che parlavano tenendo d’occhio i nipotini, salissero inosservati la parte più fonda del prato e attaccarono con un fitto lancio di sassi.
Urla di donne e di bambini impazziti, più per la nostra confusione che seguì l’assalto che per lo spavento, contribuì a creare il panico, ma solo quel poco tempo necessario per digerire la sorpresa. Abbandonata la partita di calcio, quasi fossimo addestrati militarmente, una parte di noi raccolse le pietre ai propri piedi, iniziando un fuoco di difesa, l’altra parte corse ai margini del prato, dove si trovavano le pietre più grandi, fece una scorta sufficiente per rispondere efficacemente all’attacco, dando modo alla prima squadra di rifornirsi delle preziose munizioni.
Mentre la popolazione civile si mise al riparo, al lato nord del parco, riprendendo, le loro occupazioni mentre la battaglia era ancora in corso, l’attacco fu respinto, la sorpresa non fu sufficiente per dare la vittoria agli assalitori. La nostra posizione, più in alto del nemico, ci rendeva meno visibili e ci permetteva di dominare meglio il campo di battaglia, rendendo più facile individuare bersagli nemici allo scoperto.
Non subimmo alcuna perdita, neanche quella dell’inviolabilità del nostro territorio, mentre il nemico ebbe un paio di feriti, di cui uno con una vistosa lacerazione in testa. Vedemmo i compagni tenerlo per le braccia, altri a copertura lanciavano le ultime munizioni e insulti, allontanandosi, ma non arrivarono fino a noi, né le prime né i secondi.
Ci divertivamo anche con giochi di società e con le carte. Fu durante una sessione interminabile di giornaletti, giocavamo a carte e al posto dei soldi usavamo i fumetti, un modo come un altro di scambiarci le letture, che arrivò lui a scombinare per sempre le nostre vite.
Anzi, ad accompagnarle fino al termine dell’adolescenza, permettendoci di crescere e diventare fratelli maggiori, padri e complici, allo stesso tempo.
Si chiamava Gianfranco, avrà avuto circa vent’anni più di noi, quindi presumemmo circa trentaquattro.
Ciondolava da qualche tempo nei pressi della zona in cui in quel periodo fissammo la nostra base, senza però avere il coraggio di avvicinarsi. Ogni giorno qualche metro in più, con quell’andatura altalenante che lo caratterizzò sempre, con i pantaloni leggermente calati per via della sua magrezza, la camicia perennemente di fuori e la sua radio.
Quella radio, neanche troppo piccola, che teneva sempre incollata all’orecchio e con la quale ascoltava ossessivamente, cambiando in continuazione canale, le previsioni del tempo.
-  Domani non piove. Sereno.
Inutile dire che le nostre prime reazioni furono di scherno, lo interrogammo come avrebbe potuto fare il Colonnello Bernacca, l’antesignano delle previsioni del tempo alla tivù.
-  Arriva l’anticiclone?
No, prima di una settimana non arriva.
Il primo soprannome fu appunto quello.
Non si è visto oggi Bernacca? Uhm, brutto segno. Pioverà!
Poi quando nel quartiere si sparse la voce di questo ragazzo, uomo fatto in realtà, e anche gli adulti iniziarono a chiamarlo così, noi lo facemmo integrare nel gruppo, a proteggerlo dalla derisione generale e da quel momento divenne Gianfranco.
A volte, quando scendeva la sera, anche se non aveva problemi per tornare a casa da solo, c’erano sempre un paio di volontari a scortarlo, per evitare che qualcuno potesse prenderlo in giro per via della sua stravaganza.
Piano piano divenne un nostro compagno; nonostante l’età sembrava uno di noi, un po’ perché imparò anche a giocare a calcio, quasi s’intende, ci sembrava impossibile che potesse esistere qualcuno che non ci aveva mai giocato, un po’ perché fece di tutto per non essere escluso dal gruppo.
Ci fu un periodo in cui, in piena estate, le sue crisi epilettiche si rivelarono. Ignari di cosa fossero realmente, sulle prime ridemmo, come se stessimo assistendo a un teatrino, poi diventammo più seri nel vedere tremori, spasmi e occhi sbarrati. Le piroette a terra ci lasciavano senza fiato, anche se duravano poco, e spaventati correvamo a destra e a sinistra in cerca di aiuto, fin quando qualche familiare accorreva e con qualche pastiglia miracolosa lo riportava in uno stato accettabile per poterlo riportare a casa.
Guardavamo la strana coppia allontanarsi e commentavamo con schifo la bava alla bocca e con compassione la sua condizione, probabilmente pensando di essere fortunati a essere normali.
Sì, perché quelli erano tempi in cui tutto appariva normale.
I nostri padri che non tornavano a casa prima dell’ora di cena, a volte ubriachi, spesso arrabbiati per mille motivi, come per i soldi che non bastavano mai, le rate in scadenza, il frigorifero da cambiare e le percosse alle mogli che spendevano troppo per la spesa, fatta sempre con l’unico vestito a fiori indossato da secoli, tutto era normale, come un male necessario.
I fratelli più grandi che truccavano le moto e che usavano anche, coprendo la targa con un adesivo, per arrotondare il bilancio personale e non gravare su quello familiare, facendo delle sorprese alle spalle di qualche anziano fuori gli uffici postali.
I vecchi morivano, non si sapeva mai di cosa, di vecchiaia o di noia, non c’erano ancora i programmi spazzatura; a pensarci avevano l’età in cui oggi s’iscrivono a corsi di ballo sudamericano, frequentandoli per almeno un paio di lustri.
Il massimo dell’anormalità, a quei tempi, era avere un compagno di scuola con i pidocchi; oggi, questo appare quasi consueto; probabilmente perché più si è puliti e più l’habitat è confortevole per i parassiti.
Non parliamo di malattie mentali, di matti in giro ce n’erano tanti, mai pericolosi, i più critici, chi non ne aveva in famiglia, erano al manicomio. Quindi, anche avere a che fare con pazzarielli innocui era normale.
E fu così, che conoscendo Gianfranco, uscimmo dall’innocenza e percorremmo velocemente la strada che ci avrebbe portato all’età adulta, ai suoi misteri e ai suoi dolori.
Le sue stranezze, di norma, si limitavano alla ricerca di qualche avanzo di cibo nei cassonetti, specialmente limoni, di cui era ghiotto, che spremeva fino all’ultima goccia sulla lingua, deglutendo il succo accompagnandolo da un brivido. Puro esibizionismo, visto che la platea adorava questi suoi spettacoli, un modo come un altro per farsi, voler bene.
Era tutto normale, fin qui, anche il fatto che i nostri primi turbamenti amorosi li vivemmo con lui, tramite lui.
S’innamorò pazzamente di un’insegnante della scuola che frequentava, ipotizzammo un istituto che badava a persone come lui, anche per dar respiro alla famiglia. Una famiglia benestante, il padre avvocato, la madre casalinga malata e non sufficientemente in grado di badare al figlio, mentre la sorella sposata conduceva una vita propria, comunque sempre nel quartiere.
Formulavamo mille ipotesi sulla fortunata, chi diceva di averla vista una mattina che il pulmino era venuto a prenderlo sotto l’abitazione e si era trattenuto più del solito, ma no, era solo l’accompagnatrice dei servizi sociali, dicevano altri. Chi sosteneva di averla vista entrare nel portone per riferire alla famiglia il comportamento di Gianfranco all’istituto. Era bellissima. Che dici, era una vecchia con i baffi.
Altri, sempre ben informati, sostenevano che fosse una giovane donna, una psicologa, né bella né brutta, ma solo brava. Lo sapevano tramite il fratello dell’amico del cugino che frequentava lo stesso istituto, ma solo per divertimento, non ne aveva bisogno.
La struttura, probabilmente per pazienti abbienti, in anticipo sui tempi, permetteva, oltre a chissà quali attività misteriose sulla loro mente, ipotizzavamo lavaggi del cervello per chi lo avesse ancora, elettroshock e altre pratiche simili, di imparare un mestiere.
Lui studiava da cameriere. Ci illustrava, accompagnandosi con ampi gesti, come si apparecchiava una tavola, dove si mettono le posate, quali bicchieri usare per ogni tipo di bevanda. Erano incredibili le sue capacità descrittive e mimiche, tanto da lasciarci, al termine della spiegazione, con l’acquolina alla bocca, in attesa che entrasse la prima pietanza.   
I turbamenti amorosi divennero sempre più acuti e ravvicinati, ci raccontava quel che si dicevano, con quella che era divenuta nel frattempo la sua fidanzata e, noi a bocca aperta per l’audacia delle proposte, che partite da un invito al cinema, arrivarono fino ad una proposta di matrimonio. Le risposte che ci riportava, erano dilatorie, mai di rifiuto netto, e garbate, un giorno chissà, poi vedremo, non mancherà l’occasione, ci devo pensare.
Qualche volta, nei pomeriggi in cui ci radunavamo a far niente, lui arrivava tardi e ci raccontava di essere andato al cinema con lei. Ci descriveva ogni singola scena, i dialoghi, cosa era avvenuto e come i protagonisti si baciavano, i suoi occhi iniziavano a brillare, la bava agli angoli della bocca diventava copiosa, estraeva un fazzoletto e si puliva, passandoselo anche sui capelli radi, con un gesto istintivo d’imbarazzo. Allora, proseguiva, si era girato verso di lei che stava piangendo, l’aveva consolata con un bacio sulla guancia, qualche volta sulla fronte. Lei si riprendeva e gli stringeva la mano.
Ovviamente sapevamo tutti che il film lo aveva visto nel primo pomeriggio con la madre e la sorella o la mattina all’istituto, avendo come vicina di sedia qualche donnona che tutto il tempo aveva dondolato sulla sedia, finendo a terra appena la noia o il sonno l’aveva sopraffatta. 
A volte estraeva un tovagliolo di stoffa dalla tasca, quello usato da lei durante il pranzo, sentite, diceva allungandocelo, c’è ancora il suo profumo. Profumo di pasta e fagioli, era la risposta più delicata. Altre volte una forchetta, con la quale la dottoressa, perché ormai eravamo convinti che lo fosse, aveva mangiato, appariva sotto i nostri occhi, ancora incrostata di cibo.
Potevamo non innamorarci di una donna così? Chissà se oggi è viva, le direi che in un momento della sua vita ha avuto più di venti spasimanti contemporaneamente.
Poi, come tutti i momenti belli della vita, ogni cosa ha un termine. E questo fu repentino.
Una mattina Gianfranco non la trovò più all’istituto, si era trasferita, non si seppe dove e perché, o forse in parecchi lo sapevano, e non ritennero importante informare un uomo che in fondo era solo un povero matto. Neanche quelli di noi più scaltri, nonostante misero in campo tutte le loro conoscenze, amici di amici che avevano parenti che conoscevano un tizio che poteva sapere qualcosa, riuscirono ad avere notizie.
Non era giusto, quella stronza, non si fa così, almeno avrebbe dovuto dirglielo in faccia, lasciargli un biglietto. Andiamo noi all’istituto, chiediamo di parlare con la direttrice, ci deve dire qualcosa.
Fu facile, anche se non sapevamo di esserlo, trasformarci in psicologi. Ipotizzammo che di lì a poco, il nostro protetto sarebbe caduto in una fase di depressione.
Riuscimmo a tenerlo su, con false ipotesi, speranze, bugie mal dette, che sarebbe tornata, era solo andata a far visita alla madre al paese, che era all’estero per un congresso di parapsicologi (e già, avevamo le idee confuse, ma forse un parapsicologo ci sarebbe voluto), che era andata per un corso di perfezionamento in America, non ti preoccupare dura solo sei mesi, all’inizio dell’anno ritorna.
Il suo comportamento divenne più ombroso, non capiva che lo stavamo proteggendo con una montagna di bugie, ma la sua sensibilità sicuramente molto più sviluppata della nostra, forse perché rimasta quella di un bambino di otto anni, intuì la situazione generale.
E iniziò a inquadrare la questione diversamente, prima facendo giri di parole sull’argomento, poi chiedendoci direttamente se veramente pensavamo che sarebbe tornata, infine accusandoci apertamente di averla fatta sparire noi, chissà in che modo, sicuramente per gelosia.
Probabilmente non andò troppo lontano dalla verità, fummo noi che alimentammo, un po’ per curiosità e un po’ per quel pizzico di sadismo che c’è in ciascun adolescente, la sua passione impossibile. Forse per invidia, perché lui stava vivendo la sua prima storia d’amore, mentre noi eravamo fermi ai fumetti di Satanik letti dal barbiere o, i più fortunati, alla Valentina di Crepax.
Le crisi epilettiche iniziarono a succedersi una dietro l’altra, sempre più frequenti, sapemmo che non lo mandavano più all’istituto, perché troppo irrequieto ma anche perché si rifiutava di frequentarlo in assenza della sua fidanzata.
Usciva poco da casa, faceva larghi giri per non incontrarci, e noi che ci sentivamo in colpa, lo chiamavamo, lo rincorrevamo ma lui tirava dritto e si rifugiata nei portoni. Lo lasciavamo stare, per evitare che i portieri fossero ancora più cattivi con l’intruso se avessero visto che in qualche modo la colpa era anche nostra.
Capitò di trovarlo riverso in terra nel pieno di una crisi, tra due auto o ai margini del prato, che manifestava portandosi le mani alla testa, quasi a volersi strappare il male che aveva dentro e scalciando l’aria con furia sovrumana.
Era frequente a quei tempi l’arrivo dell’ambulanza, chiamata regolarmente dai nostri genitori che avvisavamo con un grido dalla strada o da qualcuno che abitava ai piani alti.
Non riuscimmo più a recuperare la nostra amicizia e la frequentazione con quell’uomo che ci aveva mostrato per la prima volta, con lezioni collettive dove lui era un involontario maestro e noi i suoi allievi, come fosse difficile la vita da adulti, cosa significasse soffrire, quanto duro fosse patire per amore.
Qualunque sofferenza del genere, raccontata, descritta nei film e nei libri, sembra talmente sciocca di fronte alla disperazione di Gianfranco, che s’innamorò una sola volta nella vita, e gli bastò a supplire di tutti gli amori mancati che non avrebbe mai più avuto.
Anche se fu unilaterale, come spesso capita, un sogno tutto compreso nella sua testa, gli fu sufficiente, perché lui aveva amore per entrambi e la sua anima sapeva che era sufficiente, che non c’era bisogno di essere ricambiati quando l’amore che provi per qualcuno è talmente abbondante da poterlo dividere per due.
Un giorno l’ambulanza sostò parecchio sotto il suo condominio, dandoci il tempo di chiamarci a raduno; lo vedemmo un attimo nella barella, prima di essere caricato nel veicolo, pallido e coperto fino al mento. Aveva capelli lunghi e spettinati, aveva perduto il naturale biondo che trascolorava ora in un colore tendente al grigio.
Il suo viso, fino a poco tempo prima liscio come una pesca, aveva profondi segni, sembrava raggrinzito e la barba lunga, più scura dei capelli, lo faceva somigliare ad un vecchio. In poche settimane di mancata frequentazione era diventato improvvisamente anziano,  ben oltre la sua età anagrafica, senza essere mai stato veramente adulto.
Ci guardò con i suoi occhi ancora più liquidi del solito; sembrava dicessero, vi perdono, vi perdono tutti e vi voglio bene, per quello che avete fatto per me, per avermi fatto sentire vivo e uguale a voi.
Poi un battito di ciglia, e un sospiro, lo interpretammo come un addio o salutatemela se la vedrete.
Feci solo in tempo a infilare il mio fossile all’interno della coperta, non mi sarei mai privato di quel portafortuna per nulla al mondo, ma per lui lo feci volentieri.
Sperai solo che qualche infermiere se ne accorgesse, capisse il valore di una scheggia che recava in sé una vita vissuta molto tempo fa, destinata a lasciare una traccia indelebile ancora per millenni, e gliela ponesse sul comodino.
Sperai che lo accompagnasse in qualunque viaggio Gianfranco avesse voluto intraprendere, certo che quel segno sulla pietra fosse capace di rendere lieve qualsiasi mancanza.     
Di lui non sapemmo più nulla per mesi, solo che l’incidente, così lo chiamava il vicinato, era stato un maldestro tentativo di tagliarsi le vene.
Probabilmente, da qualche parte, ci riprovò e ci riuscì, ad andarsene come diceva lui, non importa come avvenne, tutti noi eravamo certi che fosse colpa di quella malattia della quale allora non conoscevamo bene il nome e i sintomi.

Ora la conosciamo, si chiama pena d’amore, e sappiamo che quando colpisce non c’è modo di diagnosticarla in tempo per somministrare almeno un palliativo, perché sia chiaro, la cura è ancora del tutto sconosciuta.

STHEPEZZ

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