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PRIMA DI DORMIRE





Prima di dormire





Se non mi decido di smettere di fumare e di iniziare a far un po' attività fisica le scale mi uccideranno.
“Buongiorno dottole”, mi apre la porta una colf grassa, poco più alta di un cucciolo di alano e con la faccia rotonda e grande come una padella wok.
“Si accomodi” aggiunge e, appena entrato, mi precede lungo il corridoio. Mi ritrovo in un salone enorme.
La nana mi indica uno dei tanti divani e mi dice: “Plego, vai a chiamale il signole Loberto”. Stavo per rialzarmi quando ho capito che voleva solo dire “vado” e non “vai”. Il “signole Loberto” è l’assistente del vecchio. Con lui ho allacciato una corrispondenza telematica e telefonica così fitta che l’avrò costretto a battezzare una cartella di posta elettronica e cambiare il mio nome sulla rubrica in “rompiballe”.
Non ci speravo più che il vecchio scrittore capitolasse e mi convocasse. So che sarà un incontro decisivo. Sfodererò il mio charme e la mia parlantina; uscirò vincitore da questo duello. Anche se lui parte in vantaggio. Mi gioco la sopravvivenza della mia casa editrice. Sono quasi sull’orlo del fallimento e se non riesco a pubblicare il libro prima di Natale, chiudo. Ma lui questo non lo sa.
Mi agito su questo divano neanche fosse di fuoco, accavallo le gambe e allargo le braccia sopra la spalliera come un Cristo in croce, mentre ripasso mentalmente il mio discorso.
Improvvisamente mi sembra di sentire il profumo di Paola che ora ho quasi dimenticato e che a volte catturo nell’aria nei posti più impensati, voltandomi in tutte le direzioni per cercarla, come un giroscopio impazzito. Questo dovrebbe essere il posto che occupa nelle sue serate di chiacchiere con il marito. Provo una sensazione feroce, simile a quella di una scarica di adrenalina che si irradia in tutto il corpo dopo aver evitato per un pelo un incidente mortale. Non so se per quel profumo o per la gelosia di quell’intimità domestica.
Ho bisogno di andare in bagno, non per vera necessità ma solo perché le attese, specie quelle lunghe, mi fanno sempre questo effetto.
Mi assale il desiderio un po’ stronzo di portare disordine in questa stanza così perfetta. Inizio dal divano bianco dove sono seduto; spero di sporcarlo un po’ con il fondo dei miei pantaloni.
Mi alzo e mi avvicino ad un trumeau che stona con l’arredamento della stanza, sicuramente antico e prezioso. Inizio a toccare tutti i ninnoli che ci sono sopra. Tartarughine, gufi ed elefantini, per lo più; di ogni materiale e dimensione. Mi guardo in giro e vedo su tutte le pareti un’abbondanza di quadri, quadrucci, souvenir etnici e mille altre cose appese che non riesco a riconoscere.
Poi guardo una porta dalla quale si accede direttamente dal salone. Mi affaccio con la testa in quel poco di spazio lasciato socchiuso. Dopo pochi attimi di adattamento, passando dalla luce accecante del salone alla semioscurità, capisco di trovarmi nel sancta sanctorum. La stanza dove il vecchio lavora.
Regna un ordine strano. Libri a migliaia, su tutte le pareti; perfino sopra lo stipite della porta. Dei mobili con vetrina, poco più alti di un metro, raccolgono volumi che sembrano preziosi. Libri in terra, ammucchiati in pile. Le une accanto alle altre. Tutte con il dorso verso l’esterno, in modo da poter trovare subito quello cercato. Chissà che ordine ha questa piccola biblioteca. Alfabetico, per argomento o altro.
Mi colpisce l’assenza di strumenti di scrittura. Penne, computer o macchine da scrivere. Il tavolo di lavoro, posto quasi al centro della stanza, sarebbe sgombro se non fosse per una cartellina marrone con l’elastico largo che la chiude per il senso della lunghezza. Mi piacerebbe entrare a curiosare.
Mi rimetto seduto scegliendo un altro divano. Su quello bianco missione compiuta. È rimasta l’impronta del mio sedere e non so se per via del cuscino che non è tornato alla forma originaria o perché realmente ho sporcato la seduta immacolata.
Si acuisce in me il desiderio del bagno. E con lui la rabbia per questa mortificante attesa. Comunque qualsiasi umiliazione possano infliggermi in questo momento sarebbe poco rispetto alla vergogna per la chiusura della mia attività.
È arrivato silenzioso alle mie spalle, il dottor Roberto. Fintanto che non mi ha salutato non mi sono accorto della sua presenza. La sua voce è perfetta in quel corpo, affilata, come il suo viso. Con qualche tono, di tanto in tanto, un po’ sopra gli altri, come per riprendersi della caduta che subisce la voce dopo aver pronunciato quattro o cinque parole di seguito. Bassino e con un riporto d’altri tempi. Età indefinibile, incedere un poco pretesco e un poco da maggiordomo assassino dei vecchi film.
“Le siamo grati di essere venuto, dottor Giorgi”, mi ha detto, con un tono un po’ troppo mieloso per essere vero, quasi che fossi io a fare loro un favore. “Il maestro la ringrazia”, ha poi aggiunto, incurvando la zeta in esse. “Purtroppo devo dirle che il maestro non si sente molto bene. È disposto a riceverla comunque in camera da letto”.
Ecco, lo sapevo. Tutta quella smanceria ostentata nascondeva l’inganno. Prima mi ringraziano e poi mi fanno la grazia.
“Certamente. Il maestro è in casa sua e può disporre come vuole, anche degli intrusi come me”. Non so se sono stato alla sua altezza, ma penso di essermela cavata abbastanza bene.
“Allora la prego, pazienti ancora un poco; vado ad avvisare la cameriera e la introduco nella camera da letto”, ha aggiunto appena un attimo prima di sparire, lieve come un fantasma.
Pochi istanti dopo, l’assistente rientra nel salone e fermandosi ad alcuni metri da me, con un gesto quasi impercettibile della testa, mi invita a seguirlo.
Ripercorro il corridoio di prima e mi ritrovo nell’altra ala della casa, di fronte ad una porta chiusa. Il signor Roberto, dopo avermi lanciato uno sguardo che poteva significare sia ci siamo o ora sono cazzi tuoi, bussa e senza attendere la risposta apre la porta. Il cuore mi batte a mille; mentre lui sparisce nella semioscurità della stanza io indugio un attimo sulla soglia, appena quel poco necessario per vedermi passare sotto il naso quel gigante della cameriera.
Sono finalmente al cospetto del maestro.
Peccato che sia nel letto e abbia il viso in ombra. Riesco solo a intravedere un poco di barba bianca. Mentre lui mi sta guardando in viso, complice la lampada sopra il secrataire alla mia destra.  
Appena accenno un passo in avanti per stringergli la mano l’assistente mi tocca impercettibilmente il braccio, intimandomi di non avvicinarmi.
“Ho piacere di conoscerla, dottor Giorgi”, esordisce con voce roca. “Mi hanno parlato molto di lei”.
“Spero bene, maestro?”, gli rispondo un po’ seccato per essere stato costretto a chiederglielo.
“Molto bene, non abbia dubbi. Mi scusi se non l’ho potuta ricevere in piedi”.
“Non si preoccupi. Sono felice che lei mi abbia concesso questo incontro. Spero che il suo malessere sia cosa di nulla?”. Un po’ di piaggeria non guasta mai.
“Non si preoccupi; a breve starò molto meglio. Lo sento”. Quest’ultimo concetto lo ho espresso dopo una pausa un po’ troppo lunga. Come se volesse farmelo ricordare bene. Vecchio stronzo, quando la finisci con questa commedia e vieni al dunque. Per me puoi anche schiattare ma non prima di avermi dato il tuo manoscritto.
Appena un attimo e l’assistente, come se avesse ricevuto un messaggio telepatico o recitasse un copione a me sconosciuto, mi prende per la manica della giacca dicendomi: “Lasciamo riposare il maestro, ora. Venga.” Ho fatto appena in tempo a dire “Arriveder…”, che sono già nel corridoio.
Ho seguito di nuovo il signor Roberto fino al salone. Mi sono seduto come un automa sul divano nero che mi ha indicato. Sono sconcertato. Faccio fatica a capire dove sono, cosa faccio, perché non sono stato attore di questa scena, cosa sta avvenendo. Chi sono questi.
“Mi attenda”, ha aggiunto perentorio, prima di sparire nuovamente.
Il primo pensiero che mi viene in mente è spazzare via tutti i soprammobili di quella stanza, staccare i quadri e sfondarli con un calcio. Però resisto.
Dopo qualche minuto il signor Roberto ritorna e senza degnarmi di uno sguardo entra nello studio. Ne esce quasi subito tenendo sotto il braccio la cartellina marrone.
“Il maestro era stanco, se ne sarà accorto. Era inutile proseguire con il colloquio”.
Avviandosi di nuovo verso il corridoio e sapendo che lo avrei seguito senza bisogno di dirmelo, mi ha congedato con una stretta di mano troppo energica per un tipo mingherlino come lui.
“Buona fortuna, dottore”.
“Anche a lei”, mi è scappato ma mi sono corretto subito “Arrivederci, volevo dire”.
Probabilmente non mi ha neanche sentito. Aveva già chiuso la porta.
Faccio un bel respiro. Chiudo gli occhi un istante, cercando di sgombrare la mente da tutti quei brutti momenti passati. Sì, passati. Ormai sono solo davanti al traguardo.
In fondo tutto come da programma. Il manoscritto sotto il mio braccio e nessun accenno, riferimento o battuta alla storia che ho avuto con Paola.
Meglio non poteva andare.
La cartellina è al sicuro sotto il mio braccio. La apro.
C’è una busta gialla con dentro un bel pacco di fogli.
E una busta da lettera violetta. Di quelle da adolescenti. La guardo. Non c’è scritto nulla. Riconosco il profumo di Paola. Mi domando perché si trovano vicine due cose che ho faticosamente tenute separate l’una dall’altra? È un errore?
Apro la busta del manoscritto.
Una scossa mi percorre la schiena. Da una spalla all’altra e poi dalla base della nuca fino ai glutei. Il viso avvampa in un attimo e i muscoli si tendono.
È impazzito, il vecchio bastardo! Sono fogli bianchi.
L’impulso di spaccargli la faccia è incontenibile. Il mio cervello primordiale mi spinge a tornare indietro e dirgliene quattro, malato o no. La parte neocorticale mi dice di fermarmi, di elaborare qualche soluzione più razionale o qualche replica più sottile.
Peccato che tutte queste elaborazioni da una parte istintive e dall’altra complesse, non siano alla portata immediata degli altri organi del mio corpo. Il piede sinistro deve aver ricevuto contemporaneamente due ordini contrapposti; quando sta a scendere un altro gradino comprende anche di dover tornare indietro. Il resto del corpo è ancora più in ritardo. Continua la sua discesa, non riuscendo ad assecondare il piede né a rimanere fermo in attesa di un comando certo. Tutto ciò ha come esito che vedo la cartellina marrone volare in aria. Istintivamente cerco di afferrarla al volo, non pensando a proteggermi nella caduta. Solo quando realizzo, perché le cadute sono sempre rapide, allungo le mani verso il basso. Ma sono già atterrato.
Dal bacino in giù mi ritrovo disteso sul pianerottolo. Il resto del corpo risale le scale. La mia testa è girata verso sinistra e poggia su di uno scalino. Non quello dove l’ho battuta, ma quello sotto. Le mani non so dove siano ma so che non arrivano a confortare alcuna parte del mio corpo. La lettera è poggiata sul mio petto, vicino al cuore.
Una nebbia cala piano. Il ronzio di mille insetti invade la mia testa.
Una scia calda attraversa piano la guancia sinistra fino al labbro e mi regala un’inattesa sensazione di benessere. Poi sento il regolare cadere di una goccia. Il rumore di un liquido denso che colpisce dei fogli di carta.
Riconosco appena un fresco profumo floreale mentre la sua mano raccoglie la lettera dal mio petto.
Diventa buio e gli insetti ora tacciono.

STHEPEZZ

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