Passa ai contenuti principali

LA SEDIA ZOPPICA

 

LA SEDIA ZOPPICA






È nervosa. Si alza e con una mano saggia la stabilità della sedia. La cambia con un’altra del tavolino vicino. Sembra vada meglio.

Continuo a leggere distrattamente. Si tocca un orecchino, d’argento o d’oro bianco, vagamente a forma di cuore rovesciato o forse è una goccia. Stringe il gancio tra il pollice e l’indice e lo sposta avanti e indietro tormentando il lobo. È un gesto consueto a vedere dal taglio allungato del foro.

Stende le mani sul tavolino mentre sta arrivando il cameriere. Ordina anche per l’amica.

Si gira l’anello; una riviera di diamanti, abbastanza grandi e molto brillanti.

L’amica le dice qualcosa. Per convincerla delle sue parole, le carezza la mano. Lei si sottrae e scuotendo impercettibilmente la testa, prima a sinistra e poi a destra, fa segno di no.

L’amica è bionda, con gli occhi azzurri e un viso angelico quasi perfetto, è bella. Lei è un bel tipo. Molte interessante, qualche anno di più. Ha uno sguardo magnetico che cattura. Intenso e con occhi brillanti di colore marrone con striature dorate.

Sta guardano nella mia direzione. Mi sento colto sul fatto e mi affretto ad abbassare lo sguardo sul libro. Forse sta solo distraendosi con il televisore sulla parete alle mie spalle.

Per paura di essere indiscreto indugio ancora sul libro, ho voglia di capire.

Riguardo le due donne; vedo lei arrossire di colpo, forse per via delle parole dell’amica.

Ora si sistema i braccialetti sul polso, osserva l’orologio con indifferenza, abbassa il capo e si tocca i capelli indicando la ricrescita. Poi prende una piccola ciocca e la tira in avanti, invitando l’amica a toccarla. Sembra dire che sia arrivata l’ora di andare dal parrucchiere. Oggi non può, è lunedì.

L’amica parla in maniera fitta, lei ogni tanto annuisce. A volte pronuncia qualche breve frase e scrolla il capo.

Il cameriere del bar arriva con una teiera fumante. Svuota il vassoio, lascia lo scontrino e se ne va.

Lei prende una fettina di limone con il cucchiaino e la mette nella tazza. Ripete il gesto per l’amica. Versa l’acqua bollente, continuano a parlare.

Improvvisamente le se imporporano le guance. Guarda l’amica con occhi di fuoco, per rimproverarla di parole che non dovevano essere dette. La punta della lingua appare tra i denti davanti, mal celando un imbarazzo.

Si zittiscono.

Continuo la mia lettura sorseggiando il caffè ormai freddo.

Un giovane sta entrando. Passa davanti al proprietario del bar che intento a pulire il bancone lo segue con uno sguardo interrogativo. Il giovane tira dritto senza badare a lui.

L’amica ha un sussulto. Come se più che un inaspettato ospite ne fosse arrivato uno sgradito.

Lei coglie il disagio e si gira verso il lungo corridoio che unisce il bar dalla saletta dove siamo noi.

Sta per alzarsi quando l’amica la trattiene.

Lui si avvicina al tavolino. Ha un aspetto stanco, anche se curato. Indossa un giubbotto, pantaloni neri e occhiali da sole che non si è tolto entrando. Capelli corti con piccoli ricci molto fitti.

Poggia le gambe al bordo del tavolino e inizia a parlare con tono piuttosto concitato, come per lo sconcerto di poter portare a termine una cosa da tempo desiderata o per l’ansia di non saperla far bene.

Le rovescia addosso un fiume tumultuoso di parole. Anche molto fango a giudicare dalla reazione dell’amica che tenta di alzarsi, ma ora, a ruoli invertiti, è lei che la blocca.

Lui si gira versa l’amica che fino allora non aveva degnato di alcuna attenzione e indicandola le indirizza poche parole che intuisco ancora più dure.

Lei impallidisce, diventa rossa in viso, balbetta qualcosa.

Lui pensa di aver scardinato le sue difese e allora le molla un manrovescio verbale in pieno volto, poche parole ben scandite, queste le ho sentite bene. Se ne va.

L’istinto mi porterebbe e prenderlo per le spalle e a sbatterlo al muro, la ragione mi dice che non sono fatti miei, la curiosità invece mi porterebbe a sedermi con loro per consolarle.

L’amica esita un attimo e decide che non vale la pena far qualcosa. Vede l’uomo uscire dal locale e gli indirizza un appena udibile vai a quel paese.

Per un attimo sembra che qualcuno o qualcosa ci abbia cristallizzato tutti. Muti e increduli rimuginiamo.

Il ritorno alla realtà è dato dal proprietario del bar che, dopo essersi visto sfilare davanti il giovane, riprende ad asciugare i bicchieri. Poi guarda versa la saletta e coglie un momento di rabbia negli occhi della giovane donna e di odio in quelli dell’amica. Scrolla le spalle e riprende le sue attività.

L’amica avvicina la sedia a quella della giovane donna. Le sfiora con una carezza la guancia.

Lei allora le prende la mano con dolcezza e la trattiene tra le sue. Si guardano negli occhi. Poggia una mano sulla nuca dell’amica, la tira a sé e la bacia teneramente sulle labbra.   

 

STHEPEZZ

 


Commenti

Post popolari in questo blog

  25 Aprile Sarà stato l’agosto (di questo sono sicuro, mio padre prendeva le ferie sempre in quel mese) del 1975 o 1976. Eravamo a Macerata, a casa di un cugino di mio padre, quasi un fratello, considerato che lui e i suoi due fratellini più piccoli andarono a vivere con i miei nonni, dopo che rimasero prematuramente orfani. Mio nonno diceva sempre: dove si mangia in dieci (8 figli più i genitori) si mangia in tredici. Eravamo seduti al tavolo da pranzo, mia zia andava avanti e indietro nervosamente, portava cose da mangiare, sparecchiava, riportava altro. Mio padre era nervoso, “Dici che viene?”. “Certo.” rispondeva mio zio. Ogni dubbio venne fugato e ogni certezza rafforzata dal suono del campanello. Sentii mia zia urlare di gioia, mio padre si alzò dalla sedia molto emozionato, si toccò i capelli, e rimase in piedi ad attendere l’ingresso dell’ospite. Era basso e un po’ grassoccio, un viso solcato da rughe scurite dal sole. Rapidamente abbracciò mio zio, che aveva già...
L'OTTAVA MOGLIE DEL LANCIATORE DI COLTELLI QUASI CIECO L’ottava moglie del lanciatore di coltelli quasi cieco la sera del debutto era atterrita. Non a causa della scarsa vista del marito; l’avevano tranquillizzata gli altri colleghi del circo, lui non sbagliava mai un lancio, se non di proposito. -  Amore, mi puoi dire come sono…, se mi posso permettere di dire così, morte le tue precedenti sette mogli?, domandò con un nodo alla gola la donna cannone. -  Mi avevi promesso che non lo avresti mai chiesto. Era nei patti, rispose l’uomo. -  Amore, lo sai che la curiosità è donna, aggiunse lei facendosi coraggio. -  Saperlo non ti renderà una donna, e soprattutto un bersaglio, felice, precisò il lanciatore di coltelli quasi cieco. -  Allora posso chiederti quando la tua vista ha iniziato a calare, per quasi scomparire del tutto, domandò con il cuore in gola la donna cannone. -  Se ti raccontassi questo, risponderei anche alla domanda precedent...

UNA STORIA D'AMORE PICCOLA PICCOLA

UNA STORIA D'AMORE PICCOLA PICCOLA Lei aveva occhi sognanti Lui le prese la mano Lei sorrise Lui la guardò, arrossendo Lei gli fece una smorfia Lui rise Lei gli chiese se l’amasse Lui rispose certo e per sempre Lei disse ma quel per sempre è fino a quando? Lui rispose almeno fino all’inizio della scuola Lei e lui raggiunsero gli altri Erano invincibilmente innamorati Sthep